Instabilità dei prezzi, incertezza sugli approvvigionamenti e una crescente pressione competitiva rispetto ad altri sistemi produttivi, queste le condizioni che in queste settimane stanno mettendo a dura prova la filiera italiana dell’Oil & gas. Un quadro che si riflette con particolare evidenza in territori come la Basilicata, uno dei principali hub energetici del Paese. La regione rappresenta infatti un laboratorio strategico per osservare la transizione energetica in territori ricchi di risorse naturali, con una presenza significativa sia nel comparto degli idrocarburi sia nello sviluppo delle fonti rinnovabili.

Oggi quasi il 90 per cento dell’elettricità prodotta in Basilicata proviene da fonti rinnovabili, un valore nettamente superiore alla media nazionale, mentre la produzione complessiva supera il fabbisogno regionale. Allo stesso tempo il territorio mantiene un ruolo centrale nella produzione nazionale di idrocarburi: oltre il 70 per cento del petrolio estratto in Italia proviene dai giacimenti lucani e circa il 40 per cento della produzione nazionale di gas naturale è concentrata nella regione. L’impatto economico della filiera è significativo anche in termini di indotto e sviluppo territoriale: secondo le stime disponibili, ogni euro speso dal distretto petrolifero genera quasi 1,9 euro di valore economico sul territorio, con un contributo complessivo pari a circa il 10 per cento del PIL regionale considerando fornitori e attività collegate. Nonostante questo peso strategico, negli ultimi anni la produzione di greggio e gas ha registrato una progressiva riduzione. Nei due principali siti estrattivi della Val d’Agri e di Tempa Rossa, a fronte di una capacità autorizzata pari a circa 140mila barili al giorno, la produzione effettiva si colloca oggi poco sopra i 60 mila barili giornalieri. Anche i dati più recenti indicano una contrazione delle estrazioni: nei primi nove mesi del 2025 sono stati prodotti circa 310mila barili di petrolio in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre la produzione di gas naturale ha registrato un calo di circa il 7 per cento.

Una frenata che si riflette direttamente sulle entrate da royalties per i territori e sull’attività complessiva dell’indotto industriale. Secondo Francesco Somma, presidente di Confindustria Basilicata, una parte di queste difficoltà è legata alla lentezza dei processi autorizzativi e alla difficoltà di portare a piena capacità produttiva i giacimenti esistenti. «L’inerzia nelle autorizzazioni rischia di trasformarsi in un danno per il Paese e per i territori», osserva, sottolineando come la mancata valorizzazione di risorse già individuate finisca per ridurre le opportunità di investimento e sviluppo locale. Il tema non riguarda solo l’economia regionale ma più in generale la strategia energetica nazionale. In un contesto internazionale segnato da instabilità e competizione per le risorse, l’Italia resta infatti uno dei Paesi europei con il maggiore potenziale di incremento della produzione domestica di gas e petrolio. Secondo gli industriali lucani, un approccio più pragmatico alla valorizzazione delle risorse nazionali potrebbe contribuire sia alla sicurezza energetica del Paese sia alla competitività del sistema industriale, riducendo la dipendenza dalle importazioni e immettendo nuove risorse nel mercato energetico europeo. Allo stesso tempo la Basilicata sta cercando di utilizzare le risorse generate dal comparto energetico per sostenere percorsi di diversificazione economica.

Negli ultimi anni le compagnie attive sul territorio hanno contribuito anche a programmi di investimento destinati a progetti cosiddetti “non oil”, con l’obiettivo di finanziare formazione, innovazione e nuove iniziative imprenditoriali locali. L’idea è quella di trasformare gradualmente la regione in un laboratorio nazionale per lo sviluppo di competenze energetiche avanzate, capace di coniugare produzione tradizionale, rinnovabili e nuove filiere tecnologiche. In una fase di transizione energetica ancora in corso, petrolio e gas continueranno infatti a svolgere un ruolo rilevante per molti settori industriali energivori almeno nei prossimi decenni. Per questo, conclude Somma, «serve un approccio realistico che valorizzi le risorse disponibili e garantisca condizioni di stabilità per le imprese», evitando che rigidità normative o ritardi procedurali finiscano per penalizzare sia la competitività industriale sia le opportunità di sviluppo dei territori. In una fase in cui le quotazioni del gas tendono a salire rapidamente, l’effetto sui costi industriali diventa immediato, con ripercussioni lungo l’intera filiera produttiva. A questo si aggiungono altre possibili conseguenze indirette, come l’aumento dei noli marittimi e dei costi di trasporto, dinamiche già osservate negli anni della crisi energetica e delle interruzioni delle catene globali del valore. In uno scenario di conflitti diffusi e difficili da prevedere, l’incertezza rischia quindi di diventare un ulteriore fattore di pressione per il sistema industriale europeo e italiano.

In questo contesto Confindustria ha proposto la creazione di una task force nazionale dedicata alla gestione dell’emergenza energetica, una richiesta che secondo Somma appare oggi quanto mai necessaria. «Serve una cabina di regia che aiuti a gestire questa fase di forte volatilità», afferma il presidente degli industriali lucani, ricordando come negli ultimi anni il sistema produttivo abbia già affrontato due crisi di natura straordinaria, quella pandemica e quella legata alla guerra russo-ucraina. Per l’industria, osserva Somma, la disponibilità di energia a costi competitivi e con forniture stabili rappresenta una condizione essenziale per continuare a produrre, innovare e generare occupazione.