Le Olimpiadi non sono mai soltanto un evento sportivo. Sono uno specchio che un territorio porge a sé stesso, costringendosi a decidere cosa mostrare e — soprattutto — cosa diventare. Tra una settimana Cortina accenderà la fiaccola e il mondo guarderà le Dolomiti venete. Sedici giorni di gare, cerimonie, ospiti. Poi la vita ordinaria — o qualcosa di nuovo. È questa la domanda che dovremmo porci ora, prima che l’enfasi della cronaca sportiva oscuri tutto il resto: Milano-Cortina è un punto di arrivo o un punto di partenza per la montagna veneta?

I numeri dell’evento sono imponenti: miliardi investiti, infrastrutture ammodernate, un’esposizione mediatica che nessuna campagna promozionale potrebbe mai acquistare. Ma i numeri dello spopolamento montano sono altrettanto eloquenti, e assai più longevi. Il Bellunese perde abitanti da mezzo secolo. I giovani scendono a valle, i servizi chiudono, i paesi si svuotano. Accade lentamente, senza telecamere.
Le Olimpiadi rappresentano dunque uno stress test: la più grande occasione che questo territorio abbia mai avuto per invertire la rotta, ma anche il rischio di un abbaglio collettivo. Perché i grandi eventi possono rilanciare un territorio o semplicemente consumarlo, lasciando cattedrali nel deserto e ricordi di una festa che non ha cambiato nulla.

La vera sfida non si gioca sulle piste da sci, ma nei consigli comunali, nelle scelte regionali, nella capacità di trasformare l’eccezionale in ordinario: servizi stabili, lavoro non stagionale, ragioni per restare. Il Veneto montano ha potenzialità che questi Giochi potrebbero finalmente liberare.

Spritz

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