Esteri
Petrolio e gas, il mercato si frammenta dopo Hormuz: prezzi fuori controllo tra Asia ed Europa
La chiusura dello Stretto di Hormuz taglia le forniture e costringe a nuove soluzioni i Paesi bisognosi come la Cina, ridefinendo le rotte energetiche. Il sistema diventa più flessibile ma anche più instabile
Le raffinerie cinesi stanno pagando il greggio degli Emirati Arabi Uniti ben 160$ al barile. Il 55% in più della quotazione del Brent, che è attorno ai 105$. Lo ha rivelato il Wall Street Journal. Se i colloqui di pace non dovessero dare rapidi risultati, gli esperti vedono una ripercussione negativa sull’economia in Europa, Stati Uniti e soprattutto in Asia.
I prezzi del greggio di Dubai, da inizio anno, sono aumentati del 150%. Ma non si tratta di speculazione. Lo dimostrano gli aumenti paralleli del prezzo del greggio norvegese estratto dal giacimento Johan Sverdrup – che lo sta facendo pagare stabilmente sopra la quotazione del Brent – e di quello americano ricco di zolfo dell’Alaska del Nord, come rivela Argus. La domanda cinese sta richiedendo greggio simile a quello emiratino in tutto il mondo. Intanto i future sul Brent sono aumentati del 64% da inizio 2026. JP Morgan Chase stima che la chiusura dello Stretto di Hormuz abbia ridotto di 16 milioni di barili al giorno le forniture di petrolio globali. Ecco la genesi delle attuali distorsioni di prezzo. La forte domanda asiatica di petrolio è tra i motivi della tradizionale forbice di prezzo tra Brent e Wti: quest’ultimo, estratto negli USA e scambiato in Oklahoma, è meno caro di circa 12$ il barile rispetto al greggio estratto in Europa, anche perché più facile da trasportare in Asia.
Le raffinerie asiatiche cercano petrolio ricco di zolfo per sostituire il greggio mediorientale, i cui prezzi stanno diventando proibitivi. Hanno fatto lievitare i prezzi del petrolio proveniente da Norvegia, Russia, Colombia e persino dagli USA. I carichi vengono dirottati dall’Europa verso l’Asia, dove lo shock del Golfo Persico è più acuto e si può vendere a prezzi più alti. D’altronde il Brent ha un contenuto di zolfo molto inferiore rispetto al petrolio di Dubai. I contratti future sul Brent si riferiscono al greggio che verrà consegnato a maggio, quando la guerra potrebbe essere finita. Alcuni analisti finanziari hanno iniziato a dubitare dei future quali indicatori affidabili delle condizioni del mercato petrolifero fisico, anzitutto perché Brent e Wti non rappresentano più tutto il mercato. E poi perché il mercato reale è frammentato e regionale, e logistica e geopolitica pesano più dei fondamentali puri.
I mercati del Golfo sono stati così caotici che i prezzi del petrolio di Dubai, al momento, non includono nemmeno il greggio proveniente da Dubai, l’Emirato. I prezzi riflettono gli accordi per il petrolio proveniente dall’Oman, appena fuori Hormuz, e una piccola quantità di greggio proveniente da Abu Dhabi che viene trasportata tramite oleodotto al porto di Fujairah, anch’esso oltre il punto più angusto dello stretto.
Così come il petrolio, anche il mercato del gas sta rimodulando flussi, strategie e modelli di approvvigionamento. Dopo lo shock iniziale dovuto ai danni inferti ad impianti chiave in Iran, Qatar ed Emirati, l’offerta globale di gas si è notevolmente ridotta e il mercato di settore si è fatto molto più tirato (in gergo tight). Lo dimostrano gli oltre 1,5 milioni di tonnellate di LNG in meno scambiati a settimana e i prezzi alti e impazziti. Europa ed Asia sul gas competono direttamente: l’Oriente sta pagando spesso i prezzi più alti, e perciò ottiene i carichi migliori. Di contro, l’Europa continua a tener chiuso il rubinetto russo, passato dal 45% del totale delle forniture nel 2022 al 12% del 2025. Il gas russo in UE è stato sostituito da LNG statunitense e da quello norvegese, passato al massimo della produzione locale.
L’Europa risulta più diversificata dell’Asia, ma più esposta ai mercati. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia nel 2026, l’Europa segnerà un nuovo record di importazioni di LNG, proprio per compensare la riduzione delle forniture tradizionali. La particolare contingenza internazionale ha portato all’anomalia che il gas sia diventato più caro in estate che in inverno. Va da sé che oggi spesso non convenga riempire al massimo gli stoccaggi. Il rischio è che si arrivi al prossimo inverno con scorte basse. Il mercato energetico globale è oggi più flessibile e liquido rispetto al passato, ma proprio per questo più instabile.
© Riproduzione riservata




