Nel dibattito pubblico sul referendum in materia di giustizia si stanno confrontando sensibilità e valutazioni diverse, che chiamano in causa principi costituzionali e assetti istituzionali. In questa intervista interviene Pino Bicchielli, deputato di Forza Italia e Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul rischio idrogeologico e sismico della Camera dei Deputati, che offre la propria lettura dei quesiti referendari e delle implicazioni che essi possono avere sull’equilibrio del sistema giudiziario e sul rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.

Onorevole Bicchielli, perché questo referendum è così importante?
«Perché interviene su un nodo che da trent’anni attraversa la vita istituzionale del Paese: il rapporto tra politica, magistratura e cittadini. Non è una battaglia contro qualcuno, ma per qualcosa. Per una giustizia più giusta, più equilibrata, più coerente con il principio costituzionale del giusto processo. In democrazia le riforme non si fanno contro le persone, ma per rafforzare le istituzioni. Questo referendum va esattamente in questa direzione».

I critici sostengono che la terzietà del giudice sia già garantita dall’ordinamento.
«La terzietà è prevista sul piano formale. Ma il punto politico e culturale è un altro: deve essere anche percepita come pienamente effettiva. In un sistema in cui giudici e pubblici ministeri condividono percorso di carriera, organo di autogoverno e cultura professionale, è legittimo interrogarsi sull’opportunità di una separazione più netta delle funzioni. Non è un tema ideologico, ma di equilibrio tra poteri».

Qual è l’obiettivo politico di questa consultazione?
«Restituire fiducia ai cittadini. Negli anni abbiamo assistito a stagioni di conflitto permanente, a una giustizia percepita come lenta, talvolta invasiva, spesso imprevedibile. È una riforma di sistema, non un intervento contingente».

Che ruolo sta avendo Forza Italia in questa battaglia?
«Un ruolo coerente con la sua storia. Forza Italia è nata anche su una forte sensibilità garantista. Non è mai stata una posizione di convenienza, ma di principio: centralità della persona, presunzione di innocenza, equilibrio tra accusa e difesa. In queste settimane vedo nascere spontaneamente in tutta Italia tanti comitati per il Sì, composti da professionisti, amministratori, cittadini comuni. È il segno che il tema non è di parte, ma trasversale».

Antonio Tajani ha parlato di “battaglia di civiltà”. Condivide?
«Assolutamente sì. Antonio Tajani sta portando avanti questa iniziativa con determinazione e senso delle istituzioni. È una battaglia di civiltà giuridica, non di schieramento. La separazione delle carriere e le altre misure referendarie mirano a rafforzare il principio accusatorio e a rendere il processo più equilibrato. Non si tratta di limitare l’autonomia della magistratura, ma di renderla più solida attraverso regole chiare».

C’è chi teme che il referendum possa alimentare uno scontro con la magistratura.
«Io penso il contrario. Le riforme fatte con chiarezza e con il consenso popolare riducono lo scontro. La Costituzione prevede strumenti di democrazia diretta proprio per affrontare questioni strutturali. Il rispetto per la magistratura è fuori discussione. Le istituzioni si rafforzano quando hanno il coraggio di interrogarsi e di migliorarsi».

Quale messaggio vuole lanciare a chi ci legge?
«Invito tutti a informarsi nel merito, a leggere i quesiti, a superare le semplificazioni. Il referendum non è un voto contro qualcuno, ma un voto per un modello di giustizia più moderno e più europeo. Da Presidente di Commissione e da parlamentare ho sempre ritenuto che la credibilità delle istituzioni sia il primo patrimonio da tutelare. Una giustizia più chiara nei ruoli, più responsabile e più efficiente è nell’interesse di tutti. È una scelta di equilibrio e di maturità democratica».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.