Giustizia
Referendum, il professor Parisi e l’acqua distillata: che autogol per il no
È la dimostrazione che distinguendo le funzioni, ma non anche le carriere, quel che rimane è un prodotto omeopatico, dall’effetto placebo
Benché sui social impazzino reel e post di personaggi famosi, ancora nulla sappiamo di come voterà al referendum costituzionale del 22-23 marzo Heather Parisi. Diversamente, conosciamo l’intenzione di voto del suo ben più importante omonimo al maschile, il professore Giorgio Parisi. E ci dispiace, sinceramente, che un fisico di indiscussa fama mondiale, vincitore nel 2021 del premio Nobel per la sua disciplina, abbia un orientamento diverso dal nostro. Vero è che, guardando al recente passato, l’inclinazione al No del professore non dovrebbe generarci troppa meraviglia: leggiamo, in una nota biografica che lo riguarda, che nel 2008 egli era stato tra i docenti che si erano opposti all’iniziativa di far intervenire l’allora Papa Benedetto XVI all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Roma, La Sapienza. Motivo, la difesa della laicità delle istituzioni pubbliche, valore che anche noi abbiamo particolarmente a cuore. Otto anni più tardi, nel 2016, fu la volta del niet al referendum costituzionale cd. Renzi-Boschi: la contrarietà di Parisi trovò sfogo, in quella contingenza, sulle pagine de Il Fatto Quotidiano, in adesione a un appello ostile alle riforme soi disant “che riducono la democrazia”. C’erano, insomma, tutti i presupposti perché anche stavolta l’esimio scienziato si schierasse dalla parte di chi avversa il cambiamento.
Sullo spauracchio della magistratura sottomessa al potere politico, un noto Comitato del No ha investito copiose somme di denaro per tappezzare con maxiposter stazioni ferroviarie e fiancate di autobus del servizio pubblico cittadino. Il professore, pur assorbito da fisica delle particelle, teoria dei campi, cromodinamica quantistica, vetri di spin e altre simili amenità che per noi comuni mortali sono pianeti irraggiungibili, dev’essersi imbattuto in qualche posterone: sobbalzando davanti a cotanta profezia di sciagure, che anche noi del Sì auspicheremmo mai si avverassero, Parisi dev’essersi indotto a far sapere la sua, in materia referendaria. Stavolta, rinunciando alla carta stampata, ha puntato più in alto intraprendendo la nebulosa via dei social, ove si gode di audience certamente più cospicua rispetto a quella del travagliesco Fatto Quotidiano.
Di lì quel reel, che chi scrive ha visto pubblicato sotto l’insegna di Magistratura Democratica, in cui il premio Nobel chiede retoricamente agli smanettoni come noi se accetterebbero la regola dell’assegnazione per sorteggio dei prestigiosi riconoscimenti dell’Accademia di Svezia, comparandola un po’ avventatamente alle previsioni della riforma per la composizione dei due nuovi CSM. Con tutta la più alta stima che si possa nutrire per i consiglieri del CSM – tra quelli maggiormente votati vi furono, in diverse consiliature, Davigo, Palamara e Di Persia – il paragone del seggio a Palazzo Marescialli con il riconoscimento intestato all’inventore della dinamite, ci sembra davvero una boutade degna di miglior causa. Dal nostro angolino di modesti penalisti, ci sentiremmo – col tremore ai polsi, s’intende – di suggerire al nostro illustre fisico di approfondire il merito della riforma costituzionale. La sua indiscussa e giustamente indiscutibile auctoritas di scienziato gli consentirebbe di trattare separazione delle funzioni e separazioni delle carriere alla stessa stregua con cui egli mise a confronto, qualche anno fa, la medicina omeopatica con quella allopatica (domandandosi tra l’altro perché l’omeopatia riscuotesse tanto successo, specialmente a sinistra). A dargli il destro, fu un progetto di legge di quella parte politica inteso a rendere rimborsabili dal servizio sanitario nazionale le spese mediche sostenute per le medicine cd. alternative.
Citiamo direttamente da lui: «Se prendiamo una goccia del preparato puro, la mettiamo nell’oceano Pacifico, agitiamo il tutto, riprendiamo una goccia del Pacifico e la rimettiamo nell’oceano Atlantico, rimescoliamo il tutto, abbiamo un ottimo preparato omeopatico». Tuttavia, sostiene Parisi, «il preparato finale non è distinguibile dall’acqua distillata mediante nessuna analisi di tipo chimico, fisico e biologico. Se ciò non fosse, dovremmo ben stupircene, in quanto non si tratta altro che di acqua distillata».
È la migliore dimostrazione che distinguendo le funzioni, ma non anche le carriere, di giudici e pubblici ministeri, quel che rimane è un prodotto omeopatico, dall’effetto placebo. La nostra giustizia ha bisogno di ben altre cure.
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