Politica
Sconfitta al referendum, il governo è chiamato a svegliarsi: le accise, la legge elettorale e le altre priorità perse di vista
Il centrodestra non è in crisi, e non confondiamo il risultato del referendum con un cambio di paradigma generale sulla fiducia e l’intenzione dei cittadini alle prossime elezioni politiche. Certo il colpo si è sentito e il referendum sulla giustizia – purtroppo – si è trasformato in qualcosa di diverso, nella cassa di risonanza, nel megafono politico di un voto di protesta che non può essere raccolto e reinterpretato in chiave unica, ma compreso nelle sue diverse variabili. Ma come ci si è meravigliati fino ad un mese fa del consenso intaccato per tre anni e mezzo di Fratelli d’Italia e del centrodestra, adesso è il momento di ragionare con attenzione e riprendere fiato in vista di quell’ultimo decisivo miglio che separa Giorgia Meloni dal record dei cinque anni consecutivi con il medesimo esecutivo e il centrodestra dal bis.
Forse il referendum è stata l’occasione per ridestarsi dal sonno governativo, quello che spesso porta le forze impegnate nell’azione di governo a perdere di vista le priorità del proprio elettorato. Il governo sta navigando in acque tempestose e chi dall’opposizione attacca sul fronte internazionale ringrazia la sorte e la bocciatura passata degli italiani per non essere lì ad affrontare quello che Meloni e il governo hanno dinanzi. Ma negli ultimi giorni con un certo eccesso di ottimismo in tanti stanno preparando le nenie per il governo e la coalizione di centrodestra convinti che alla fine il carrozzone meglio conosciuto come campo largo riuscirà a spuntarla sotto la guida di Giuseppe Conte oramai indicato persino dal Corriere della Sera – con buna pace di Elly Schlein – come unico competitor elettorale in grado di creare qualche difficoltà alla Premier.
Ma il campo progressista difatti non esiste, perché ad oggi non vi è tra le forze che lo compongono alcun punto di incontro a parte la comune ostilità al centrodestra. Ma la politica e di più la storia della sinistra italiana (si rammenti dell’Unione di Prodi) ci insegna che l’essere costruiti contro qualcosa più che per qualcosa alla fine non produce effetti positivi. Contro in politica non si costruisce nulla, al massimo labili accordi elettorali. Per questo il centrodestra ha l’opportunità di rinsaldare il rapporto con i propri elettori, capire i messaggi che sono arrivati e rigenerare sé stesso. Soprattutto – per quanto comprensibile – serve più coraggio su alcune battaglie di destra e meno accondiscendenza ragionieristica su temi di principio.
Un governo di destra, conservatore e nemico giurato del Green Deal non può aumentare le accise sul diesel, neanche per equipararle alla benzina, perché quando si tratta di principi anche il bilancio passa in secondo piano. Non può un governo di centrodestra non ripristinare il diritto degli elettori a scegliere direttamente i propri deputati e senatori con le preferenze, chiudendo la pagina ingloriosa e ai limiti della costituzionalità dei listini bloccati. Serve più coraggio là dove i cittadini sentono di più il peso dello stato: fisco, imposte, semplificazione amministrativa e burocratica. Puntare sul nucleare senza tentennamenti, e proseguire sulla strada del merito come valore fondativo. La forza del centrodestra è il contatto diretto con le persone, con il mondo reale, lontano dalle ideologie e dai salottismi bizantini della sinistra, e questa forza non deve venire meno. Ma la forza più solida, quella che fa la differenza è l’essere concepiti come stabili, solidi, rassicuranti da quella maggioranza silenziosa che vuole vivere serenamente di ciò che guadagna senza essere vessata da uno stato burocratico. Anche sul fronte estero, che preoccupa, l’essere visti come punti sicuri rispetto al caos della sinistra.
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