La storia di ANM, l’associazione privata che rappresenta il 96% dei magistrati italiani, narra di una radicata tradizione che la vede opporsi a tutte le riforme garantiste del processo penale. Superfluo ricordare come il codice accusatorio, il primo e finora unico repubblicano, venne affossato da una ingiustificata gragnola di questioni di legittimità costituzionale. Meglio, invece, sfogliare l’album dei ricordi, e soffermarsi su quattro nitidi fotogrammi.

Quando ANM cercò di bloccare il processo accusatorio

Partiamo dal 1988, quando venne pubblicato il rivoluzionario progetto del nuovo codice che segnava l’abbandono della cupa tradizione inquisitoria per abbracciare un modello accusatorio, fondato sulla parità fra le parti e sulla netta distinzione di ruoli fra giudice e pubblico ministero. ANM tentò in tutti i modi di bloccare l’entrata in vigore del nuovo codice con il pretesto, non certo inedito, della scarsità delle risorse. Solo grazie alla ferma determinazione del Ministro Vassalli, sostenuto da UCPI, il processo accusatorio vide la luce, mutilato, però, del suo fondamento ordinamentale, la separazione delle carriere. Lo stesso Vassalli ammise che quel tema era «intoccabile» per la insuperabile contrarietà dei magistrati che già allora governavano le sorti del Ministero della Giustizia.

Le sparate di ANM già contro la bozza Boato

Il secondo fotogramma è la Commissione bicamerale del 1997-1998. La bozza Boato riprendeva la separazione delle carriere, allora battaglia politica anche della sinistra, oltre al superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale e ai principi fondamentali del giusto processo. Lo stesso Boato ci ricorda come andarono le cose: «nel gennaio del 1998 iniziò l’esame della bozza alla Camera. Tre giorni dopo, il sindacato dei magistrati organizzò il proprio congresso, che si tenne nel salone della corte di Cassazione. Partecipò anche il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. In quell’occasione, Scalfaro prese la parola per condividere le sparate alzo zero del presidente dell’ANM, Elena Paciotti, che si scagliò contro la proposta di riforma costituzionale della giustizia». Da quel giorno, screditata da Scalfaro e condannata dal sindacato dei magistrati, «la bicamerale D’Alema iniziò a morire».

ANM e lo ‘sciopero assurdo’

La terza immagine ritrae lo scontro fra UCPI e il Presidente Scalfaro all’indomani della sentenza costituzionale n. 361 del 1998 che fece abortire il timido tentativo legislativo di ripristinare le coordinate essenziali del processo accusatorio.  In reazione a quella ennesima decisione demolitoria, ispirata al principio inquisitorio di non dispersione delle indagini, il Presidente di UCPI, Giuseppe Frigo, proclamò una durissima astensione dalle udienze. Il Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, sferrò un attacco senza precedenti all’avvocatura, definendo «eversivo» lo sciopero, mentre ANM, nella persona del suo vicepresidente Francesco Castellano, si schierò subito al suo fianco: «Anche noi abbiamo detto che questo sciopero contro la Consulta è stato assurdo». Netta fu la replica di Frigo, che invitò tutti gli iscritti alle Camere Penali a denunciare Scalfaro per diffamazione e a restituire il tesserino: «Di fronte a queste sconcertanti dichiarazioni del Capo dello Stato, i penalisti sperano solo di non essere rimasti soli a difendere i diritti di libertà dei cittadini e il diritto di opinione. Con questo attacco all’avvocatura penalista associata, il Capo dello Stato non rappresenta più tutti i cittadini». In effetti, non rimasero soli, ma certamente non si trovarono in compagnia dei magistrati.

ANM contro il giusto processo

Veniamo, quindi, alla quarta fotografia: chiusa la Bicamerale, infuriavano le polemiche sull’opportunità per il Parlamento di opporsi a una pronuncia della Corte, ma la politica rivendicò il suo primato e dettò, all’unanimità e a tempo di record, la riforma costituzionale del giusto processo, avversata, ancora una volta, da ANM. Dapprima le obiezioni sulle allora non previste deroghe al contraddittorio per i testimoni subornati, poi un generale scetticismo per la costituzionalizzazione di «inutili ovvietà» (Francesco Saverio Borrelli) e, infine, la richiesta di limitare il diritto al silenzio (Elena Paciotti, Presidente ANM). L’opposizione al giusto processo fu, comunque, più blanda del solito, forse perché non si comprese appieno la portata dirompente della terzietà del giudice, principio cardine del giusto processo da cui discende l’inevitabile riforma ordinamentale della magistratura.

L’ultimo ‘No’ di ANM

Si arriva così ai giorni nostri, quando la riforma del giusto processo sta per essere portata a compimento con la netta separazione dei magistrati requirenti da quelli giudicanti. Ancora una volta, ANM si oppone al cambiamento, ma in forma del tutto inedita, costituendosi direttamente in comitato referendario. La “discesa in campo” della magistratura quale soggetto politico rappresenta una notevole involuzione della nostra democrazia, sebbene in pochi sembrano essersene resi conto. Una magistratura che, mentre rivendica l’indipendenza dalla politica, peraltro pienamente assicurata dal nuovo art. 104 Cost., diviene essa stessa la forza politica della conservazione. Proprio quella magistratura associata, prigioniera della nostalgia inquisitoria, che nel 1989 avrebbe voluto conservare il codice Rocco e che oggi vorrebbe mantenere l’assetto ordinamentale fascista ideato, nel 1941, dal Ministro Grandi.

Oliviero Mazza

Autore

Professore ordinario di procedura penale