Il consigliere di Riformisti Veneti in Azione Niccolò Rocco ha presentato una mozione per difendere i fondi FOSMIT dei territori penalizzati dalla riclassificazione Calderoli.

Consigliere Rocco, proprio nei giorni dei giochi olimpici a Roma si discute una riforma che rischia di penalizzare proprio una parte della montagna veneta. La legge 131/2025, norma quadro per lo sviluppo delle zone montane, sta creando allarme tra i sindaci. Qual è il nodo?
«L’articolo 2 della legge demanda a un DPCM la definizione dei criteri per la classificazione dei comuni montani, basandosi su parametri di altimetria e pendenza. Tuttavia, la bozza del decreto attuativo ha fatto scattare l’allarme rosso tra le autonomie locali: l’interpretazione rigida e letterale di questi parametri rischia di escludere dal perimetro dei beneficiari territori storicamente montani e fragili. La proposta avanzata dal Ministro Calderoli tiene in considerazione solo criteri altimetrici, ignorando fattori storici e culturali».

In concreto, cosa comporterebbe per un comune perdere lo status di “montano”?
«Non è una questione semantica, ma di sopravvivenza. Perdere lo status di comune montano significa vedersi chiudere i rubinetti del FOSMIT, il Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane, perdere benefici fiscali e incentivi per le imprese, mettendo a rischio i servizi essenziali come sanità e trasporti, unico argine contro lo spopolamento».

Quanti comuni veneti sarebbero coinvolti?
«Sarebbero a rischio esclusione una trentina di comuni in Veneto, tra cui ad esempio quelli della Valpolicella e delle prealpi trevigiane e vicentine. C’è una montagna fisica, fatta di roccia, altimetrie e pendenze. E poi c’è una “montanità” sociale, culturale ed economica, fatta di comunità che resistono, servizi che chiudono e scuole che si svuotano. Quando la burocrazia romana tenta di sovrapporre le due mappe usando solo il righello, il cortocircuito è inevitabile».

La vostra non è una posizione isolata.
«No, e questo rafforza la nostra battaglia. A supporto di questa tesi si sono mossi oltre cento docenti universitari, i quali, in una lettera al Ministro, hanno contestato il “mero riferimento alla sola montuosità fisica”, ricordando che la Costituzione all’articolo 44 tutela la montagna anche nei suoi caratteri culturali e colturali. La critica è sistemica: mancano riferimenti agli usi del suolo, ai livelli di spopolamento, alla perifericità o alla marginalità economica. L’Uncem ha rincarato la dose, evidenziando come l’attuale approccio penalizzi in particolare l’area prealpina, creando fratture ingiustificabili tra territori contigui».

Nell’incontro del 15 gennaio tra Calderoli e le Regioni non si è trovata l’intesa. Come si muove il Veneto?
«La politica, per ora, annaspa. Nell’incontro del 15 gennaio tra il Ministro Calderoli e le Regioni non si è raggiunta l’unanimità, costringendo il Ministro a promettere una nuova proposta. Ma il Veneto non può aspettare passivamente. La mozione che ho presentato in Consiglio traccia una exit strategy pragmatica: se Roma non correggerà il tiro, la Regione dovrà poter destinare la propria quota del FOSMIT in autonomia, includendo anche i comuni esclusi dall’elenco nazionale ma che versano in oggettive condizioni di svantaggio».

Le Olimpiadi non dovevano essere l’occasione per fare sistema attorno alla montagna?
«Esattamente. Uno degli aspetti centrali del dossier vincente per Milano-Cortina è stata una visione in cui istituzioni di ogni livello e comunità montane fanno sistema. Nell’attesa di capire se l’appuntamento olimpico centrerà questo obiettivo, la proposta Calderoli va in direzione opposta. Se la montagna diventa solo una riga su un foglio Excel ministeriale, a franare non saranno i pendii, ma le comunità che li abitano».