C’è un filo che attraversa la politica veneta di queste settimane, e non riguarda schieramenti né candidature. Riguarda una domanda più antica e profonda: chi parla davvero a nome di un territorio?

Il Veneto è storicamente terra di corpi intermedi — associazioni, parrocchie, distretti. Una trama di rappresentanza diffusa che ha costruito e retto il patto tra cittadini e istituzioni. Se quel tessuto si assottiglia, l’affluenza scende, le sezioni si svuotano, la distanza tra palazzo e piazza si dilata in un silenzio che non è indifferenza ma sfiducia. Senso di mancata, reale rappresentanza. Il passaggio dall’era Zaia alla stagione Stefani avviene dentro questa cornice. Non è solo un avvicendamento anagrafico ma un cambio di grammatica. Dove c’era il rapporto personale, quasi fisico, tra il presidente e i suoi elettori, ora c’è la mediazione dei tavoli tecnici, delle architetture istituzionali. Strumenti necessari. Ma insufficienti se non accompagnati dalla capacità di ascoltare ciò che i numeri non dicono.

Perché i veneti, quando smettono di sentirsi rappresentati, non protestano. Si ritirano. Restano a casa il giorno del voto, rinunciano alla visita che non arriva, accendono un prestito invece di bussare a una porta pubblica. Una resa silenziosa che nessun indicatore registra e nessuna cabina di regia intercetta. La sfida, per chiunque governi questa regione, non è redigere programmi migliori. È costruire con attenzione il circuito della fiducia tra chi amministra e chi viene amministrato. Prima che il silenzio diventi strutturale.

Spritz

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