Ci siamo, i bilanci lasciano il posto ai propositi. Per il Veneto, però, gennaio 2026 non segna soltanto un nuovo anno: segna l’inizio di un’era. Dopo quindici anni di Luca Zaia, la regione si affaccia su un territorio politico inesplorato. Alberto Stefani è il nuovo governatore, eletto con un plebiscito del 64% che nasconde però un dato su cui riflettere: meno della metà dei veneti si è recata alle urne. L’anno zero comincia così, con una legittimità robusta nei numeri ma dimezzata nella partecipazione.

Stefani ha 33 anni, energia da vendere e la benedizione del predecessore. Le aspettative sono altissime, i confronti inevitabili, lo spazio per l’errore ridotto al minimo. Il nuovo presidente ha promesso di essere “governatore di tutti”. Le sfide non mancano: una sanità territoriale in affanno, l’autonomia differenziata da trasformare da slogan in realtà, un tessuto produttivo che chiede meno burocrazia e più infrastrutture. E poi i giovani che se ne vanno, cercando altrove ciò che il Veneto fatica a offrire. Giovanni Manildo, lo sfidante sconfitto, aveva proposto un “salario di ingresso” per i ragazzi al primo impiego: idea che la nuova giunta farebbe bene a non cestinare per partito preso.

Il 2026 sarà l’anno delle risposte. Stefani ha dalla sua una maggioranza solida, l’eredità di una macchina amministrativa rodata, l’attenzione di chi vuole capire quale Veneto emergerà dalla lunga stagione del Doge. È una responsabilità, ma anche un’opportunità. L’anno zero, del resto, è sempre una pagina bianca.