"Groenlandia, l'Artico è diventato centrale"
Vernetti: “L’operazione Maduro ha indebolito Cina, Iran e Russia. Proteste sinistra? Far cadere i tiranni dovrebbe essere il cuore dell’azione progressista”
Gianni Vernetti è analista geopolitico, esperto di relazioni internazionali e sicurezza, già sottosegretario agli Esteri. Nel suo ultimo libro, Il nuovo grande Gioco, ricostruisce le nuove linee di frattura della competizione globale, dall’Artico al Medio Oriente, dall’America Latina all’Europa orientale.
Il suo libro Il nuovo grande Gioco si conclude con un capitolo scritto dalla Groenlandia. È corretto?
«Sì, assolutamente. L’ultimo capitolo l’ho scritto proprio da Nuuk. Nell’aprile del 2025 stavo concludendo il lavoro sul nuovo grande gioco globale quando sono arrivate le prime dichiarazioni di Trump sulla necessità di annettere la Groenlandia. Ho deciso di andare lì per una decina di giorni, incontrando ministri e rappresentanti di istituzionali locali».
Che cos’è oggi la Groenlandia dal punto di vista politico e istituzionale?
«È stata a lungo una colonia del Regno di Danimarca, ma negli ultimi vent’anni ha cambiato profondamente pelle. Oggi è uno Stato autonomo con un ampio grado di autogoverno: circa 55mila abitanti, un Parlamento, un primo ministro, un multipartitismo vivace, stampa libera, magistratura indipendente. È chiaramente avviata verso un processo di piena indipendenza».
Che tipo di Stato è oggi e quanto è esposta sul piano della sicurezza?
«Non è ancora uno Stato sovrano: esteri e difesa restano competenza danese e non fa parte dell’Unione europea. Tuttavia è territorio dell’Alleanza Atlantica. La Danimarca è Paese fondatore della Nato e gli Stati Uniti hanno una base militare strategica nel nord dell’isola, a Pituffik. Questo garantisce una copertura di sicurezza solida».
Perché la Groenlandia è diventata così centrale nello scenario globale?
«Per le nuove rotte artiche. Il passaggio a nord-ovest tra Groenlandia e Canada e quello a nord-est verso Russia e Asia sono oggi commercialmente praticabili. L’Artico è diventato un nuovo terreno di competizione strategica tra Europa, Stati Uniti, Russia e Cina».
E il tema delle risorse naturali?
«Conta meno delle rotte. Il governo autonomo della Groenlandia è fortemente ambientalista e ha revocato una concessione mineraria cinese a Kvanefjeld per l’estrazione di terre rare e uranio. È stato un atto politico molto chiaro».
La Groenlandia ha quindi preso le distanze dalla Cina?
«Sì. Ha compiuto una scelta indipendentista, democratica e occidentale. La collocazione geopolitica del governo groenlandese è inequivocabile: filo-Nato, filo-europea».
Come giudica le pretese di Trump sull’isola?
«Sono illegittime e sbagliate. Il vero tema è la gestione condivisa della sicurezza all’interno dell’Alleanza Atlantica. Non servono atti unilaterali, e infatti la reazione europea è stata compatta».
Passiamo all’Ucraina. L’incontro di Parigi segna un punto di svolta?
«Sì. Il nodo centrale è il sistema di garanzie di sicurezza per Kyiv sul modello dell’articolo 5 della Nato. L’accordo è molto avanzato, anche se la Russia lo rifiuta. Ma oggi esiste una linea comune tra Europa, Stati Uniti e Ucraina».
Anche l’Italia dovrebbe partecipare a una missione europea?
«Nel quadro di un accordo euro-americano, sì. Parliamo di forze di stabilizzazione, lontane dal fronte».
Nel Grande Gioco entra anche il Venezuela. Il blitz che ha portato alla cattura di Maduro segna una svolta?
«Maduro era un presidente illegittimo per l’Europa e per gran parte del mondo democratico. Ha perso le elezioni del 28 luglio 2024 e si è imposto con la forza, esattamente come Lukashenko».
Un’operazione controversa nei metodi?
«Poco ortodossa, ma con effetti geopolitici rilevanti. Ha indebolito l’asse delle autocrazie».
In che senso?
«Il Venezuela era un pilastro dell’asse con Cina, Iran e Russia. L’80 per cento del petrolio andava a Pechino. Il rapporto con Teheran era strategico: il Paese era un nodo tra narcotraffico e jihadismo, con la presenza di Hezbollah, Pasdaran e Hamas».
Si può parlare di effetto domino?
«È possibile. L’Iran oggi è fortemente indebolito: ha perso Assad e Maduro, Damasco e Caracas. La mezzaluna sciita si è spezzata. I proxy non sono scomparsi, ma sono drasticamente ridimensionati».
Una parte della sinistra sembra rimpiangere le dittature di Caracas e di Gaza, manifestando ostilità verso chi tenta di cambiare quei regimi. Come lo spiega?
«È un paradosso profondo. Far cadere i tiranni dovrebbe essere il cuore dell’azione progressista. Invece assistiamo spesso a forme di indulgenza, quando non di vera e propria ostilità, verso chi prova a smantellare regimi autoritari. Il rapporto con il totalitarismo è diventato oggi il vero discrimine politico, più delle categorie tradizionali».
Il mondo nuovo costringe a riscrivere anche le categorie della politica?
«Sì. Oggi esistono una destra e una sinistra populiste che spesso convergono nell’accondiscendenza verso i regimi, e una destra e una sinistra liberali che vedono nella lotta contro il totalitarismo la propria stella polare. Questo ridisegna le fratture del nostro tempo e rende obsoleti molti schemi del passato. Landini filo-Maduro e Salvini filo-Putin hanno molto di più in comune di quanto pensino».
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