Tre storie, un solo racconto. Luca Zaia che trasforma un’elezione regionale in un plebiscito personale da 203mila voti e già lavora, dicono, a un nuovo soggetto politico capace di andare oltre i confini della Lega. Riccardo Szumski, il medico radiato, che porta in Consiglio quasi centomila elettori stanchi dei partiti romani e delle loro logiche. Sette sindaci che lasciano la fascia tricolore per Palazzo Ferro Fini, premiati da un elettorato che vota chi conosce, chi ha amministrato sotto casa.

Sembrano vicende separate. Non lo sono. Raccontano tutte la stessa cosa: un Veneto che continua a cercare, con ostinazione, il riconoscimento della propria specificità. Non è più solo la Lega a incarnare questa domanda. È un sentimento diffuso, trasversale, che attraversa centrodestra, protesta antisistema, condiziona anche le rappresentanze del centrosinistra. Nelle grandi città, come nei piccoli comuni della provincia profonda.

Alberto Stefani eredita una regione che ha fatto dell’identità territoriale il proprio tratto distintivo. Per quindici anni Zaia ha tenuto insieme questo sentimento con il governo quotidiano. Ora tocca a lui. Ma con una differenza sostanziale: l’autonomia non può più essere solo uno slogan da campagna elettorale o una trattativa infinita con Roma. I sindaci eletti in Regione, i centomila voti a Szumski, le 203mila preferenze al Doge sono tutti, a modo loro, cambiali da onorare. Il Veneto ha votato la propria identità. E ora chiede che qualcuno (cha le politica) la traduca in fatti.

Spritz

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