25 anni di Wikipedia: l’enciclopedia libera nell’epoca delle risposte automatiche

Cercare non è mai stato un gesto neutro.  Significa ammettere una mancanza, sospendere per un istante la presunzione di sapere, accettare che la conoscenza non sia immediatamente disponibile ma vada raggiunta. Per anni, nel passaggio dall’enciclopedia cartacea allo schermo, quel gesto ha mantenuto una sua dignità: non era ancora consumo rapido ma un atto intenzionale per capire di più e non lasciarsi bloccare dai propri pre-giudizi.  Siamo nel 2001 e digitare una parola su internet non equivaleva a chiedere una risposta pronta, bensì a entrare in uno spazio di sapere condiviso. Quel luogo aveva un nome semplice e una grafica essenziale: Wikipedia. A distanza di venticinque anni, l’enciclopedia libera resiste come una delle più riuscite utopie digitali del primo web. Non perché sia rimasta immutata, ma perché continua a incarnare un’idea di conoscenza che oggi appare quasi controcorrente: la conoscenza come processo collettivo, verificabile, discutibile; mai perfetta, mai definitiva. Wikipedia non prometteva verità assolute, prometteva qualcosa di più scomodo e più onesto: un sapere aperto, costruito per approssimazioni successive, fondato su fonti, note, conflitti argomentati e responsabilità diffuse.

Quando Jimmy Wales ne avviò il progetto, l’idea che chiunque potesse contribuire alla scrittura di un’enciclopedia appariva a molti una pericolosa ingenuità. E invece ha funzionato. Funzionò perché intercettava un web ancora attraversato da relazioni e non solo da flussi, fortemente legato al concetto di click and link, ossia cercare e connettere. Certo, affidare un’enciclopedia a una comunità di utenti appariva rischioso ma rispondeva a una fiducia diffusa della community, l’idea cioè che la collaborazione potesse produrre qualità, non solo rumore. Wikipedia cresceva insieme a una cultura della partecipazione che vedeva nel sapere un bene comune, non una rendita da difendere. perché si innestava in un ecosistema – quello del web delle origini – ancora abitato da persone prima che da piattaforme, da relazioni prima che da metriche. Wikipedia cresceva mentre cresceva una cultura della collaborazione, non priva di attriti, ma nutrita dalla convinzione che il sapere fosse un bene comune e non una proprietà da difendere.

Oggi i numeri raccontano una realtà imponente: Wikipedia esiste in oltre trecento lingue, raccoglie decine di milioni di voci e viene consultata ogni mese da miliardi di persone; è stabilmente tra i siti più visitati al mondo e continua a rappresentare, per studenti, insegnanti, ricercatori e lettori occasionali, un punto di accesso primario all’informazione. Dietro questa massa impressionante di contenuti non c’è un’intelligenza centrale, bensì una comunità di centinaia di migliaia di volontari che ogni anno producono milioni di modifiche, correggono errori, aggiornano dati, discutono formulazioni. È un lavoro invisibile, spesso ingrato, che non genera profitto ma garantisce affidabilità.

Eppure, proprio mentre Wikipedia conferma la sua centralità quantitativa, il suo ruolo simbolico appare più fragile.  Il motivo? Beh, il web in cui è nata non esiste più. La ricerca, oggi, tende a dissolversi nella risposta immediata; il gesto del cercare è stato sostituito dall’aspettativa di ottenere una sintesi istantanea, possibilmente senza attrito ma pericolosamente polarizzante.  In questo scenario, l’irruzione dell’intelligenza artificiale non è solo un’innovazione tecnologica: è più una mutazione culturale. Per la prima volta, il sapere non viene soltanto organizzato o mediato, ma generato artificialmente, spesso senza che il lettore possa distinguere tra ciò che è verificato e ciò che è semplicemente plausibile. 

Wikipedia si trova oggi così al centro di una tensione inedita: da un lato, è una delle principali fonti su cui i sistemi di intelligenza artificiale si addestrano; dall’altro, rischia di essere progressivamente aggirata nella fruizione diretta. I dati mostrano un paradosso eloquente: cresce l’uso dei suoi contenuti da parte di macchine, mentre diminuisce, in parte, l’accesso umano consapevole alle sue pagine. È come se l’enciclopedia fosse diventata l’infrastruttura silenziosa di un sapere che circola altrove, spesso senza più mostrare le proprie fonti, le proprie discussioni, i propri dubbi. 

E qui si apre una questione che non riguarda solo Wikipedia, ma il destino stesso dell’informazione nel tempo dell’automazione. L’enciclopedia libera ha sempre fondato la propria autorevolezza non sull’autorità ma sulla trasparenza: ogni affermazione è rinviabile a una fonte, ogni modifica è tracciabile, ogni voce è il risultato di una negoziazione. L’intelligenza artificiale (per non andare lontano pensiamo a Grokpedia, l’alter-wiki enciclopedia) al contrario, tende a presentare risposte fluide, suadenti e persuasive, ma opache nel loro processo di costruzione. Il rischio non è l’errore in sé, ma la perdita del rapporto tra sapere e responsabilità.

Wikipedia, con tutte le sue imperfezioni, continua a ricordarci che conoscere non è un atto solitario né istantaneo; è un esercizio collettivo che richiede tempo, conflitto, verifica. In un’epoca che premia la velocità e la semplificazione, questa lentezza strutturale appare quasi un difetto; in realtà, è il suo valore più profondo. Perché difende l’idea che la verità non sia un prodotto da consumare, ma un processo da abitare. Forse, allora, i venticinque anni di Wikipedia non vanno celebrati come un anniversario nostalgico semmai assunti come una domanda aperta. Che cosa significa oggi cercare? E soprattutto: siamo ancora disposti ad accettare che la conoscenza richieda fatica, confronto, tempo? Quando internet era più vivo che mai, lo era perché lasciava spazio a queste domande. Wikipedia resta uno dei pochi luoghi in cui esse non sono state archiviate; sta a noi decidere se continuare a frequentarle, o accontentarci di risposte che non chiedono più di essere comprese.