Il Giorno della Memoria non è per gli ebrei, ma per tutti. Certo, quando fu istituito per legge (in Italia nel 2001, cinquantasei anni dopo la fine dello sterminio), la memoria della Shoah sembrava essere solo degli ebrei. Di quelli rimasti, perché se nel 1939 nel mondo ce n’erano 19 milioni, il tempo non è bastato neppure a tornare al livello di “prima”. Ancora oggi ce ne sono solo 17 milioni. Per questo il nucleo della formula “mai più” è spesso ridotto allo sterminio degli ebrei. In realtà, l’esistenza di uno Stato ebraico con ampia capacità di difesa è già una garanzia in questo senso. È per questo che il “mai più” rinvia a una minaccia più ampia: il totalitarismo come forma politica, culturale e linguistica, sempre disponibile a riemergere. Il 27 gennaio nasce dunque dalla scelta delle società europee di assumere la memoria come responsabilità pubblica e criterio di vigilanza democratica.

Il rischio che il Giorno della Memoria ci ricorda essere permanente è il totalitarismo, un processo che si manifesta tramite segnali ricorrenti: manipolazione della storia, moralizzazione selettiva dei conflitti, sospensione asimmetrica delle categorie giuridiche, pressione sulle minoranze perché si conformino all’unica narrazione legittimata. Empiricamente, l’antisemitismo è il primo indicatore di tali derive. Gli ebrei sono un sensore: quando il discorso pubblico legittima l’ostilità verso di loro, il meccanismo è già avviato.

Dopo il 7 ottobre questi segnali sono evidenti anche nel modo in cui viene riplasmato il Giorno della Memoria. Quest’anno il quadro è molto istruttivo. A Pistoia, una “lezione civile” di Paola Caridi usa Auschwitz per leggere Gaza, usando gli ebrei uccisi per accusare quelli vivi. A Genova, uno spettacolo teatrale inserisce la Shoah in una narrazione che culmina nell’accusa contemporanea a Israele. A Bergamo, una fondazione culturale ridefinisce il 27 gennaio come strumento per leggere un “oggi” che coincide con Gaza. A Ferrara, una biblioteca comunale propone una “riflessione” affidata a testi letterari militanti. A Verona, il conflitto israelo-palestinese entra nella settimana della Memoria come tema naturale del calendario accademico. A Bologna si riesce a fare anche di meglio: invitare in Consiglio comunale uno scrittore di noir, estraneo alla ricerca storica sulla Shoah e alla riflessione sul totalitarismo. La Memoria come competenza cede il posto alla narrazione generica, intercambiabile con l’intrattenimento. Alè!

È in questo contesto che sempre più spesso agli ebrei italiani viene chiesto di dissociarsi politicamente da Israele per poter restare nello spazio pubblico legittimo. Qui il problema è addirittura costituzionale. Ogni cittadino ha diritto alla libera espressione del proprio pensiero. Se si subordina l’accesso alla parola pubblica a una dichiarazione politica eterodiretta, la libertà sparisce. Se gli ebrei esprimono oggi inquietudine, è soprattutto perché sono preoccupati per gli altri. Come si è detto, oggi per gli ebrei italiani un luogo di salvezza, per quanto imperfetto, esiste. Chi non ha alternativa allo spazio politico intriso di segnali di totalitarismo è semmai l’Europa.

Quando l’antisemitismo torna a funzionare come dispositivo culturale legittimo, il “mai più” riprende la funzione originaria di avvertire gli altri. L’allarme che gli ebrei mandano nel Giorno della Memoria è il test del sistema che difende libertà e democrazia. Se non funziona o non lo si vuole sentire, il totalitarismo è dietro l’angolo.