A Gaza la storia bussa alla porta e l’Italia tentenna

President Donald Trump speaks during a Board of Peace charter announcement during the Annual Meeting of the World Economic Forum in Davos, Switzerland, Thursday, Jan. 22, 2026. (AP Photo/Evan Vucci)

Dopodomani, giovedì 19 febbraio, la storia busserà alla porta a Washington, con la prima riunione del Board of Peace, l’ormai nota forza di stabilizzazione internazionale per Gaza. Non sarà un semplice vertice, ma lo spartiacque tra chi vuole costruire la pace in Medio Oriente e chi preferisce parlarne nei salotti, urlando a vanvera nelle manifestazioni. E l’Italia, in questo frangente, rischia di restare a guardare dallo spioncino.

Il Board of Peace non è un convegno per anime belle ma una macchina complessa, il cui motore è il CMCC (Civil-Military Coordination Center), che ho visto con i miei occhi in Israele: un nucleo operativo dove militari italiani lavorano già oggi, nella polvere e sotto pressione, fianco a fianco con i colleghi del CENTCOM americano, dell’IDF israeliano e di un’altra ventina di paesi. E dove si fa lavoro duro: si coordinano gli aiuti, si garantisce la sicurezza, si prepara la ricostruzione. C’è un abisso che separa questa realtà operativa dal chiacchiericcio politico romano. L’Italia della politica, di fronte alla concretezza dell’impegno, sta scegliendo la via della viltà.

Dall’opposizione, Elly Schlein e Giuseppe Conte fanno a gara a chi urla più forte la parola “genocidio” o “cessate il fuoco”, stracciandosi le vesti nelle piazze. Ma quando si presenta l’unica iniziativa internazionale reale per garantire quel cessate il fuoco e ricostruire, scappano. La loro proposta politica è il nulla condito di ideologia. Invocano un “intervento dell’ONU”, ma non è escluso che si riferiscano all’ONU screditato e militante di Francesca Albanese. Oppure fantasticano di inviare qualche contingente Unifil a Gaza, come se non bastasse il fallimento in Libano, dove i caschi blu sono ostaggi di Hezbollah. Il campo largo è campione di retorica: sono bravissimi a indignarsi, ma disertano quando c’è da agire. Compreso il silente Matteo Renzi, di cui ormai non stupisce più la postura politica provincialistica e priva di visione. Mentre Carlo Calenda, uomo intelligente, capace non raramente di leggere la complessità, dovrebbe fare un uso più sorvegliato dei social. Il suo giudizio sul Board of Peace è stato affidato a un tweet del tutto fuori luogo, in cui definisce l’iniziativa una “congrega di dittatori, affaristi e approfittatori… un progetto delirante di sviluppo immobiliare stile Palm Beach”. Scambiare un centro di coordinamento per la sicurezza con una speculazione edilizia, senza capire che lì dentro si decide se i palestinesi avranno acqua e strade o solo altre macerie, è un errore da matita blu.

Infine, il Governo. A Meloni e Tajani va dato atto di uno sforzo: l’Italia c’è, prova a stare in partita. Ma è un “esserci” timido, frenato dalla paura. I nostri ministri si trincerano dietro la foglia di fico della Costituzione, citando l’articolo 11 e la sovranità italiana come scusa per non impegnarsi davvero sul campo della cooperazione internazionale. Dimenticano, o fingono di non sapere, che la seconda parte di quell’articolo impegna l’Italia a favorire le organizzazioni internazionali che assicurano “la pace e la giustizia”. Il CMCC e il Board of Peace sono esattamente questo. Usare la Costituzione per giustificare l’immobilismo non è prudenza, è equilibrismo.

La verità è che mentre i nostri militari al CMCC portano onore all’Italia lavorando per il benessere reale dei palestinesi, la politica a Roma, nel migliore dei casi, pratica l’arte del “né aderire né sabotare”. La solita, eterna Italietta che non si assume responsabilità.