Abu Mazen da Meloni: il monologo stanco di un autocrate che non ha più consenso

Atreju 2025, La presidente del Consiglio Giorgia Meloni Giorgia Meloni accoglie Mahmud Abbas Abu Mazen presidente dell’autorità Palestinese — Roma—Italia —Sabato 12 Dicembre 2025 - Politica - (foto di Cecilia Fabiano/ LaPresse) Atreju 2025, Prime Minister Giorgia Meloni welcomes Mahmud Abbas Abu Mazen, President of the Palestinian Authority — Rome—Italy —Sathurday December 12, 2025 - Politics - (photo by Cecilia Fabiano/LaPresse)

Sul palco di Atreju Abu Mazen appare affaticato, provato. Cammina a fatica, parla a stento. È Giorgia Meloni ad accompagnarlo, passo dopo passo, fino al centro della scena. È sempre la presidente del Consiglio a offrirgli un podio, quasi a sorreggere fisicamente e politicamente una presenza che da subito appare fragile. Quello del presidente dell’Autorità nazionale palestinese non sarà un dialogo, né un confronto. È un monologo. Inemendabile e ininterrotto. Un discorso che procede senza pause, senza domande, senza repliche. Ma anche senza ritmo. Dopo pochi istanti diventa chiaro che Abu Mazen fatica persino a farsi sentire: uno dei volontari di Atreju è costretto ad avvicinarsi, a sistemare con cura i due microfoni del podio, accostandoli alle labbra del leader palestinese. Un gesto discreto, ma eloquente.

La traduzione simultanea non aiuta. Parte in ritardo, con le stesse incertezze della voce che dovrebbe inseguire. Passano due minuti e mezzo prima che il solfeggio in arabo – lento, cantilenante – trovi una resa in italiano. Nel frattempo, la platea resta sospesa, perplessa. Non tanto per ostilità, quanto per disorientamento. Quando finalmente le parole arrivano, Abu Mazen dice ciò che da anni ripete. «Aspiriamo a vivere nella nostra patria con libertà e dignità, in uno Stato moderno che crede nel pluralismo, nell’uguaglianza e rigetta la violenza così come fa l’Italia». È una dichiarazione di principio impeccabile, quasi occidentale. Ma proprio per questo già sentita.

Giorgia Meloni, presentandolo, rivendica il valore politico della sua presenza: «Con la presenza, oggi, del presidente dell’Autorità nazionale palestinese sul palco di Atreju si fa giustizia su tante falsità che abbiamo sentito in merito all’operato del governo a Gaza». Un messaggio rivolto più alla politica italiana che al Medio Oriente. Abu Mazen prosegue, senza interruzioni. «Vogliamo costruire uno Stato basato su pilastri solidi. Un unico Stato con una sola legge e dove le armi siano soltanto nelle mani delle istituzioni legittime». È il passaggio più netto, quello che implicitamente chiama in causa Hamas. Ma resta una formula, non una strategia. Una linea teorica, non un rapporto di forza. Il cronista si gira intorno e legge, negli occhi dei parlamentari seduti nelle prime tre file, un giusto scetticismo. Chi fa politica lo sa bene: i vuoti si riempiono. Ed è dalla debolezza della leadership al tramonto di Fatah che ha tratto la sua linfa vitale, e ferale, quella setta di assassini che è Hamas. La forza dei “giovani leoni”, come amano essere definiti, deriva dalla vacatio sedis dell’autogoverno palestinese che dalla firma degli accordi di Oslo a oggi ha vissuto un completo smarrimento.

Ed ecco allora Abu Mazen parlare di elezioni, come se fossero a portata di mano. «Confermiamo che vogliamo favorire un processo elettorale, sia parlamentare che presidenziale, subito dopo la conclusione delle ostilità». Anche qui, la traduzione arriva lenta, e la platea ascolta con crescente scetticismo. Perché quelle elezioni sono promesse da anni, e sempre rinviate. Ragioni di sicurezza”, la “crisi del Covid”,la guerra a Gaza sono stati alcuni degli ultimi alibi. Sono trascorsi venti anni dalla morte di Yasser Arafat. Da allora, era il 2005, Abu Mazen regna senza più mandato elettorale. Difficile credergli quando parla di sforzo democratico, di ritorno al voto libero. La perplessità aumenta quando il discorso si allarga al quadro regionale. «I recenti eventi dimostrano che la non esistenza di uno Stato palestinese è uno degli elementi di instabilità in Medio Oriente». È una lettura parziale, che scarica sul vuoto statuale una crisi ben più complessa, fatta di attori armati, sponsor regionali e leadership deboli.

Infine, l’appello all’Italia. «Sono 160 i Paesi che riconoscono lo Stato palestinese. Noi auspichiamo che l’Italia possa proseguire verso questo tracciato». Il riconoscimento come chiave di tutto: uguaglianza, pace, riduzione della forza. Una scorciatoia diplomatica che ignora il problema centrale: chi governa davvero, oggi, i territori palestinesi. Il discorso termina così com’era iniziato: senza domande, senza contraddittorio. Abu Mazen resta al podio, sostenuto dalla forma più che dalla sostanza. Atreju ascolta, traduce, registra. Ma la sensazione diffusa è che, più che un progetto per il futuro, quello andato in scena sia stato il racconto stanco di un passato che non riesce a diventare presente.