«Siamo contrari all’odio, alla guerra e al terrorismo. Vogliamo vivere in un nostro Stato accanto a Israele». Alimentano la speranza, le parole pronunciate ieri da Mahmoud Abbas, conosciuto come Abu Mazen, presidente di Olp e Anp, durante l’incontro con il capo di Stato, Sergio Mattarella, ma lasciano anche spazio a un’inevitabile nota di scetticismo. A ormai novant’anni passati, il leader di Al Fatah è ancora considerato l’unico interlocutore palestinese possibile per un percorso di pace tra Gaza e lo Stato ebraico.

Un portavoce gradito all’Occidente, ma non a Gaza, dove la presenza di Hamas rimane radicata e contraria ad Abu Mazen e alle sue posizioni. Rappresentante di un popolo che non lo appoggia, Abbas è volato in Italia, con le migliori intenzioni, per incontrare giovedì Papa Leone XIV e ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. “Due popoli, due Stati”, la soluzione ribadita dal politico palestinese nel corso dei colloqui e condivisa dai suoi interlocutori. Dopo le diverse visite di Abu Mazen durante il pontifi cato di Francesco, quello di giovedì è stato il primo incontro con Papa Leone, in occasione del decimo anniversario dell’accordo globale tra Santa Sede e Palestina. Il buon rapporto tra le parti che aveva contraddistinto il papato di Bergoglio (Abbas, appena arrivato, ha reso omaggio alla sua tomba) è stato rinsaldato dal nuovo Pontefi ce, che ha rimarcato l’urgenza di prestare soccorso alla popolazione civile di Gaza e di «cercare di lavorare insieme per la giustizia di tutti i popoli». Un clima di collaborazione si è respirato ieri anche al Quirinale, dove il leader dell’Anp è stato accolto da Mattarella, in tarda mattinata.

Il presidente della Repubblica ha rammentato il legame d’amicizia che unisce l’Italia al popolo palestinese. «Occorre procedere con grande concretezza per gli aiuti umanitari, la ricostruzione di Gaza e verso la creazione di due Stati nella regione», ha dichiarato Mattarella. Una visione ottimistica balenata per pochi secondi fi no alla frase successiva: «Questi obiettivi passano attraverso il disarmo di Hamas e il forte coinvolgimento dei Paesi arabi», due ostacoli non indifferenti. Proprio ieri, dopo la decisione del Kazakistan di aderire agli Accordi di Abramo, lo Harakat al Muqawama al Islamiyya aveva richiesto a tutti i “Paesi arabi e islamici”, in una nota, di «interrompere ogni tipo di relazione con l’entità criminale sionista”. Un messaggio fin troppo chiaro, che inacidisce le parole al miele pronunciate dal “portavoce” palestinese: «Vogliamo vivere in un nostro stato accanto a Israele che abbiamo riconosciuto nell’88 e nel 93, con gli accordi di Oslo, come Stato e come territorio».

A Palazzo Chigi, nel pomeriggio, il colloquio con Giorgia Meloni è durato poco più di un’ora. Inamovibile la posizione della premier: «Necessario consolidare il cessate il fuoco e stabilizzare Gaza», ricordando la linea da seguire, «Bisogna procedere rapidamente con l’attuazione del Piano di pace del presidente Donald Trump, anche attraverso il disarmo di Hamas, che non potrà avere alcun ruolo nel futuro del popolo». Meloni ha poi ribadito il proseguimento del sostegno italiano alla popolazione civile palestinese, nella formazione delle forze di polizia e nel processo di riforme tracciato dall’Anp. Sulla prospettiva dei due Stati anche la premier è d’accordo, ma il percorso è ancora all’inizio. In questo momento la richiesta di Abu Mazen, reiterata durante i due incontri di ieri, sul riconoscimento italiano dello Stato Palestinese, è un po’ come la prospettiva di una pace con la presenza di Hamas: ottimistica, ma impraticabile.