Accadde Oggi 20 novembre, a Madrid muore Francisco Franco. 50 anni dopo la Spagna non ha ancora elaborato il suo passato

Cinquant’anni fa, alle 04:58, esalava l’ultimo respiro Francisco Franco, il “caudillo” di Spagna, l’uomo che abilità e fortuna resero il “Chefe de lo estado” e fondatore della Spagna moderna. Leader indiscusso dalla vittoria nella sanguinosa guerra civile che scosse la penisola iberica, fino al giorno in cui il Padre eterno decise di porre fine alla sua avventura terrena, nonostante l’accanimento terapeutico subìto nelle ultime settimane di vita.

Ad annunciarne la morte fu Arias Navarro, capo del governo, che con il suo “Franco ha muerto” dichiarò al mondo non solo la morte dell’uomo Franco, ma anche la fine di una stagione che per molti spagnoli corrispondeva alla loro intera esistenza. Con Franco si spegneva il franchismo, come ultimo atto di una sceneggiatura scritta, come lascito testamentario di un uomo che aveva scelto per sé il ruolo di “reggente”, di ponte e di restauratore di una Spagna che si era spenta definitivamente con la fine del governo di Miguel Primo de Rivera.
Come la Storia ci insegna, non è cosa facile ritrovare una simile capacità di pianificare il futuro. A guardarsi indietro, solo un uomo riuscì in tale opera, non solo quella di morire nel proprio letto, che allora, come per Franco, non era affatto scontato: Ottaviano Augusto, il più sottovalutato, il più letale, e forse il più grande politico occidentale.

Come Augusto, anche Francisco Franco detto Paco fu sottovalutato e dato per spacciato agli esordi della propria carriera. Nessuno visse abbastanza da poter veder fallire giorno dopo giorno la propria profezia. Ma se Augusto appartiene a una storia che non può più suscitare palpiti o passioni, cosa diversa è per Franco. E oggi la Spagna si interroga su una memoria negata, da due governi socialisti (quelli di Zapatero e di Sánchez) che hanno deciso di cancellare gradualmente ogni traccia del regime, credendosi a torto eredi della Spagna repubblicana caduta nel 1939 con la vittoria dei militari. Negando alla Spagna l’elaborazione di un passato reso poco traumatico dalla “programmazione” voluta da Franco e dall’abilità dell’uomo chiamato a succedergli alla guida della Spagna come Re Juan Carlos I, protagonista indiscusso di una stagione costitutiva e auto-esiliatosi ormai dal giorno della sua abdicazione. Ultimo testimone di un tempo che non si vuole ricordare, in quanto incarnazione vivente della vittoria del franchismo, come “restauratore” di un ordine cessato con la deposizione di Alfonso XIII. Perché, per quanta furia iconoclasta i governi socialisti possano concentrare e scatenare nelle proprie iniziative legislative, resta l’elemento principe a ridurne ogni tentativo. Questo non cancella i morti, i desaparecidos e i prigionieri politici, la cui scomparsa e morte sono imputate al regime.

Il regime franchista è stato una dittatura sorta da una “guerra civile”, in cui nessuna delle due parti fu toccata dal concetto di pietas. E dove quei “repubblicani” idealizzati dalla narrazione dei governi socialisti si coprirono di azioni empie e difficili da spiegare persino per chi come noi ha visto la furia e la violenza del fondamentalismo islamico. Quelle azioni che scioccarono persino George Orwell, che nelle file repubblicane fu volontario. In quella guerra civile, che dovrebbe essere raccontata partendo dalle parole dell’ateniese Cleocrito, araldo dei misteri eleusini, che ne scolpì una definizione che non conosce confini temporali: “La più vergognosa, la più dura, la più empia, la più invisa agli dèi e agli uomini”.

I racconti sono tanti, e le testimonianze pure. Spesso si accusa la Chiesa di complicità e sostegno ai nazionalisti nella guerra civile, dimenticando la furia, la violenza e l’odio che comunisti e anarchici scagliarono contro uomini di Chiesa e luoghi di culto nella cattolicissima Spagna, alienandosi quel consenso popolare che fu cornice della vittoria nazionalista. La Spagna ha perso l’occasione di elaborare il suo passato, potendo – contrariamente a Italia e Germania – affrontarlo con maggiore serenità, dovuta e facilitata dalla “transizione” ideata dal regime, che nel giorno della morte del dittatore vide con l’incoronazione di Juan Carlos di Borbone la nascita della nuova Spagna.