Tenuto conto che sono serviti venticinque anni, i quali hanno portato soltanto a una maggioranza qualificata nemmeno assoluta, il via libera degli ambasciatori Ue a Ursula von der Leyen affinché firmi l’accordo di libero scambio con il Mercosur, lunedì prossimo in Paraguay, è più un “18 politico” che una vittoria. Di questi tempi, però, l’Unione europea non può buttare via nulla. Quindi pazienza se due Stati fondatori come Francia e Belgio si siano rispettivamente opposta e astenuto a un trattato su cui poggiano gli auspici per il recupero di competitività della nostra vecchia Europa. E importa altrettanto relativamente la strenua contrarietà di Paesi come Austria, Irlanda, Polonia e Ungheria, che di fatto controllano la maggior parte dell’agrifood continentale. Venerdì era necessario che Bruxelles uscisse dai carrugi burocratici e da inconsistenti dibattiti parlamentari in cui si era cacciata.

L’Europa respira. E, va detto, grazie all’Italia. Le clausole di reciprocità hanno convinto Giorgia Meloni a sciogliere la riserva. Roma ha fatto da ago della bilancia. Prendendo tempo ha giocato bene le sue carte. Ha convinto gli agricoltori. Non tutti, vista la parata di mezzi agricoli che, sempre venerdì, bloccava le vie intorno alla Stazione centrale a Milano. Stessa scena di Parigi. Le garanzie di salvaguardia faranno da freno di emergenza in caso di aumento delle importazioni o calo dei prezzi.

A livello politico nazionale, le dinamiche meritano una riflessione. La Lega resta contraria. A fianco di Greenpeace. Per motivi neanche tanto differenti. La prima ritiene minacciato il Made in Italy agricolo. Mentre l’Ong denuncia l’indebolimento del Regolamento Ue anti-deforestazione, il famigerato Eudr. La terra coltivabile è la materia prima dell’agricoltura. Da qui il matrimonio sui generis tra sovranismo di destra e iper-ambientalismo. D’altra parte, l’accordo con Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay non è entrato ancora in vigore e non lo sarà neanche quando la presidente della Commissione Ue sarà tornata da Asunción. Dalla prossima settimana in poi, Bruxelles dovrà fare l’impossibile affinché il trattato venga spacchettato. Bisogna evitare che la parte commerciale sia votata dai Parlamenti nazionali. A questi deve rimanere la competenza di parti specifiche dell’accordo. Per esempio investimenti e risoluzioni delle controversie. È scontato infatti il risultato di un’eventuale discussione dell’intero trattato all’Assemblée nationale a Parigi. Ed è lecito avere dei dubbi anche su come andrebbe a finire qui in Italia.

Il secondo punto debole è di carattere geopolitico. Appena pochi giorni fa, la Dottrina Donroe ha ribadito che per gli Usa l’America latina è il loro giardino di casa. Ora, è difficile pensare che il Brasile di Lula accetti senza fare storie il ruolo di satellite di Washington. In ogni caso, il problema per l’Europa resta. Il Sud America è un mercato lontano. È sì un nostro acquirente, ma è altrettanto un fornitore. Di tutte quelle materie prime che alla nostra industria di trasformazione servono più di ogni altra cosa. Macchinari, componentistica, prodotti chimici e farmaceutici: insomma, i manufatti fior fiore delle imprese europee, per uscire dalle linee di produzione, hanno bisogno di energia, metalli e legname che qui sono carenti. L’Europa dovrà essere in grado non solo di salvaguardare le proprie filiere domestiche, ma anche abbordare i mercati d’Oltreoceano per siglare accordi in fatto di commodity sfavorevoli ai nostri concorrenti diretti. Per intenderci la Cina, che, è giusto ricordarlo, fa parte dei Brics come il Brasile. Ma nemmeno gli Usa possono essere visti come un alleato. Soprattutto quando si tratta di business.

È questa la sfida dell’accordo con il Mercosur. L’Unione europea non vada in Sud America con l’idea del colonialismo facile. Giusto per riprendere un linguaggio all’antica come ha fatto, sbagliando, Macron nell’attaccare Trump. Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay sono partner da rispettare. Ben più utili a noi di quanto possiamo servire noi a loro. Si parla spesso di friendshoring. La strategia di aprire catene di fornitura con mercati amici o alleati. Amici sì, ma fino a un certo punto.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).