La crisi di fiducia nella scienza non è un fenomeno superficiale né imputabile solo alla disinformazione: riflette una fragilità più profonda nel nostro rapporto con la realtà, in un’epoca dominata da rumore, opinioni equivalenti e verità negoziabili. Eppure, come spiega Luca Pani, medico, specialista in Psichiatria ed esperto di Farmacologia e Biologia molecolare, in una conversazione a margine de La Bussola della Scienza, l’iniziativa organizzata da Healthcare Policy e Formiche, esistono segnali che indicano la possibilità di una ricostruzione. A partire proprio dal metodo scientifico, “l’unico antidoto agli estremismi”.
Qual è oggi il rapporto fra scienza e società?
«Negli ultimi anni abbiamo assistito a un indebolimento della fiducia del pubblico nella scienza. La complessità crescente delle conoscenze genera distanza e smarrimento, mentre il frastuono informativo dei social mette sullo stesso piano scienziati e ciarlatani, alimentando miti, sospetti e teorie del complotto. Un fenomeno che non riguarda solo i meno istruiti, a indicare una crisi più profonda: non semplice ignoranza, ma una frattura nel rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni scientifiche».
In questo frastuono informativo che descrive, che valore assumono oggi scienza e metodo scientifico?
«Sono la bussola indispensabile per orientarci. Il metodo scientifico insegna a distinguere i fatti dalle opinioni, a verificare le fonti e a non fermarsi alle apparenze. In un mondo in cui spesso vince la voce più forte, il metodo scientifico premia invece chi presta attenzione ai dati. Nell’era delle “post-verità” e delle bolle informative, la scienza offre un terreno comune di verifica. Ciò non significa che la scienza possieda sempre la verità assoluta (anzi, il bello del metodo è proprio che sa correggersi), ma resta il miglior strumento per avvicinarci alla verità. Il metodo scientifico, poi, è un antidoto contro gli estremismi perché riconosce la complessità dei problemi e rifiuta le facili semplificazioni».
Come dovremmo ripensare il ruolo della competenza in uno spazio democratico che vuole restare aperto?
«Il termine “competenza” suscita talvolta diffidenza, come se implicasse elitismo. In realtà dovremmo riscoprirne il ruolo autentico in democrazia. La competenza non è un privilegio di pochi né una minaccia alla libertà di opinione; semmai è uno strumento collettivo per prendere decisioni migliori. Tutti hanno diritto a un’opinione, ma ciò non significa che un’opinione qualunque valga quanto un parere fondato sulla conoscenza. Come ammoniva Asimov, “si è diffuso il pericoloso e falso concetto che democrazia significhi che la mia ignoranza valga quanto la tua conoscenza”. Ripensare il ruolo della competenza in democrazia significa anche investire nell’educazione diffusa. Più i cittadini dispongono degli strumenti per comprendere i concetti di base di un problema complesso, più il dibattito democratico diventa ricco e meno preda di slogan».
Spesso si afferma che oggi la tecnologia corre più veloce della società, è d’accordo?
«È difficile dissentire. Oggi di fronte alla rivoluzione digitale, introduciamo innovazioni operative prima ancora di comprenderne l’impatto etico e sociale. Eppure, la società non è immobile. Concordo sul fatto che la tecnologia oggi viaggi spesso più in fretta della nostra capacità di assorbirla. Ma ciò non significa che siamo destinati a restare indietro. Non possiamo né dobbiamo frenare l’innovazione, ma possiamo far evolvere più rapidamente la società – nelle sue norme e nei suoi valori – per evitare un divario pericoloso».
Dove si produce la frattura più profonda e da dove dovrebbe ripartire il lavoro per ricucirla?
«Il terreno di sfida è quello della fiducia e della comunicazione. Dobbiamo ripartire dal dialogo e dall’umiltà. Da parte della scienza serve una comunicazione nuova: più chiara, onesta sui limiti e soprattutto empatica. Significa parlare con le persone, non alle persone; coinvolgerle nel dibattito scientifico anziché calare verità dall’alto. Perché, come è stato osservato nel corso dell’evento di Healthcare Policy, “senza fiducia la scienza non cura. E senza cura non c’è salute”. Affidarsi alla scienza e al suo metodo, specialmente in tempi di informazione caotica, vuol dire restituire peso alla realtà. Significa capire il mondo con la ragione invece che con la paura o i pregiudizi».
