Ambiente
Addio ideologia: la transizione energetica deve essere realista, il Green deal è stato un alibi
Viene da domandarsi se il Green deal non sia stato quasi un alibi per non vedere quali fossero i reali problemi europei continuando a rimandare scelte drammatiche, ma necessarie
Il 2025 sarà ricordato anche per avere messo fine alla priorità assegnata dall’ Unione Europea al Green Deal, che ha dominato l’agenda per tutta la legislatura 2019 – 2024 e sopravvive nei discorsi ufficiali, ma non nei reali programmi della UE. I motivi sono tre, due interni alla struttura del GD e uno, ma probabilmente il più importante, esterno.
Iniziamo dai primi due che coincidono con gli obbiettivi che il GD si era dato. Il primo: la riduzione delle emissioni dei gas climalteranti prodotti dalla UE. Obbiettivo raggiunto se si guardano i numeri. Ma non le reali conseguenze. In primo luogo perché buona parte della riduzione è avvenuta grazie al trasferimento fuori dai confini della UE di buona parte delle produzioni con maggiori emissioni. I numeri parlano chiaro: acciaio, cemento, vetro, plastiche, ceramiche, fertilizzanti presentano riduzioni nella produzione domestica superiori al 20%. Ma non è diminuito il consumo interno. Semplicemente li importiamo da fuori. Dal punto di vista delle emissioni questo significa che insieme alle merci importiamo CO2 che abbiamo, per così dire, esternalizzato. In secondo luogo le emissioni mondiali, quelle che contano veramente, continuano ad aumentare. Quelle europee stanno orami al 6% del totale mondiale. In altri termini i sacrifici europei servono a poco perché il problema sta nel resto del mondo, che non ha alcuna intenzione di sacrificare la propria crescita economica e il conseguente fabbisogno di energia alla lotta contro il cambiamento climatico.
Il secondo obbiettivo che la UE si era posta con il GD era quello di conquistare, anticipando alcune scelte, la leadership nel cambiamento tecnologico conseguente. Quel che invece è successo è stato che la UE ha costituito un enorme mercato per le esportazioni dalla Cina che ha cosi conquistato la leadership mondiale in una serie di tecnologie green decisive: pannelli fotovoltaici, pale eoliche, batterie, auto elettrica. Nessuna tecnologia decisiva si è sviluppata in Europa nonostante importanti finanziamenti.
Il terzo motivo che ha prodotto una sostanziale messa in secondo piano del GD ha a che fare con il drastico cambiamento nelle priorità dell’agenda europea. C’è anzi da domandarsi come mai questo non sia avvenuto prima, visto che i segnali non mancavano, a cominciare dall’invasione russa della Crimea nel 2014. Improvvisamente la UE ha dovuto prendere atto di almeno tre nuove emergenze. La guerra ai suoi confini con la necessità di sostenere l’Ucraina e l’aumento conseguente delle spese militari, il mutato atteggiamento USA, prima con la guerra commerciale scatenata con i dazi e poi con un sostanziale abbandono da parte americana dell’asse privilegiato fra USA e Europa, addirittura con una sorta di messa sotto accusa della governance europea, ed infine la drastica perdita di competitività dell’industria europea, messa in evidenza in modo assai chiaro dal rapporto Draghi.
Ve ne è abbastanza per domandarsi se il GD non sia stato quasi un alibi per non vedere quali fossero i reali problemi europei continuando a rimandare scelte drammatiche, ma necessarie. Il non avere affrontato per tempo queste questioni, quando la maggioranza Ursula godeva di numeri solidi, ha fra l’altro prodotto un rafforzamento in tutti i principali paesi di sentimenti populisti e antieuropei, spesso filorussi, così da mettere a rischio, vedi Germania e Francia, la stessa sopravvivenza dell’architettura europea. Ed è quasi un miracolo che la premier italiana, Giorgia Meloni, abbia tenuto fino ad oggi la barra dritta, nonostante non manchi nella sua maggioranza una parte con orientamenti completamente diversi.
Per quanto riguarda infine la componente socialista del Parlamento europeo, compreso il PD, si potrebbe semplicemente dire : non pervenuta. Incapace di vedere tutte le conseguenze dei nuovi scenari si attarda in ricette forse buone in tempi di pace e di tranquillità nelle relazioni internazionali. Il timore è che la risposta sia semplicemente il resuscitare di vecchi tic ideologici, già visti al lavoro nell’ approccio alla questione Israele- palestinese. Un po’ di pacifismo, un po’ di antimperialismo e un po’ di anticapitalismo. In sintesi un grande futuro alle spalle.
Il GD è quindi morto? Distinguiamo. Se lo intendiamo come una serie di norme, divieti, imposizioni tesi a spingere forzatamente l’economia europea verso impossibili ed inutili, per le ragioni che abbiamo detto, obbiettivi di decarbonizzazione, le recenti prese di posizione, soprattutto dello schieramento dei Popolari, fanno pensare di sì. Sopravvive come riferimento ideologico della maggioranza Ursula, ma viene continuamente rinviato nei suoi obbiettivi e nella sua tempistica. Fondamentalmente perché si preferisce dilazionare anziché prendere di petto il problema e imprimere una svolta. Allo stesso tempo in questi anni passati cifre enormi, sia di provenienza pubblica che privata, sono state investite nella transizione in molte parti del mondo. Alcune tecnologie hanno fatto salti in avanti importanti. Altre sono in fase di sviluppo promettente. Probabilmente sapranno conquistare spazi di mercato, aiutate da una regolazione amichevole ma non impositiva. Almeno questo è l’auspicio.
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