Affitti brevi e aumento della cedolare secca: così i locatori chiuderanno le case vacanze. La sinistra si lamenta, ma gridava all’emergenza abitativa

Nella bozza della nuova Legge di Bilancio, il governo ha inserito una misura che, almeno nelle intenzioni, mira a riequilibrare il mercato immobiliare e a colpire un fenomeno che da anni gonfia i prezzi degli affitti nelle grandi città: gli affitti brevi. La norma prevede l’aumento della cedolare secca dal 21 al 26% per i contratti di locazione turistica, mantenendo l’aliquota agevolata solo per chi affitta un singolo immobile non intermediato da portali come Airbnb. È una misura di portata limitata, ma con un obiettivo chiaro: disincentivare la trasformazione massiva degli appartamenti in case vacanza e restituire una parte del vantaggio fiscale alla collettività.

La reazione delle opposizioni è stata immediata e compatta: critiche, indignazione, accuse di voler tassare il “piccolo proprietario”. Il Partito Democratico ha parlato di una manovra “senza visione”, il Movimento 5 Stelle ha ironizzato sull’aumento della cedolare secca come di un errore del governo, e la sinistra ambientalista ha definito la misura “l’ennesima tassa”. Nulla di sorprendente, se non fosse che le stesse forze politiche, fino a pochi mesi fa, denunciavano con toni accesi proprio quel fenomeno che ora la norma tenta, almeno in parte, di contenere.

Basta ricordare le dichiarazioni di Elly Schlein sull’“emergenza abitativa” e sulla necessità di una regolamentazione nazionale degli affitti brevi, o gli interventi dei sindaci dell’area Pd – da Bologna a Firenze – che hanno introdotto limiti alle locazioni turistiche nei centri storici, invocando un’azione statale contro la “turistificazione” e la fuga dei residenti. Le stesse preoccupazioni erano state espresse da Fratoianni e Bonelli, che denunciavano un mercato immobiliare sempre più dominato dalla speculazione. In sostanza, la sinistra chiedeva un intervento, e quando l’intervento è arrivato, non ha atteso un minuto per criticarlo.

Si può discutere dell’efficacia della misura – è modesta, parziale, forse più simbolica che sostanziale – ma la reazione appare dettata più da un riflesso condizionato politico che dal merito della proposta. Non si è discusso se la norma sia equa o utile, ma soltanto da dove provenga. È come se l’opposizione avesse perso la capacità di valutare le proposte in base alla sostanza e avesse scelto di giudicarle considerando solo la firma. Se la propone il governo, dev’essere sbagliata per definizione. Questo modo di fare opposizione ha una sua coerenza interna, ma è la morte della politica.

È l’opposizione come professione ideologica, non come funzione democratica. Il risultato è un dibattito sterile, in cui ogni possibile convergenza sul bene comune viene sacrificata al bisogno di opporsi. E così, anche quando una misura tocca un tema che la sinistra stessa aveva portato all’attenzione, prevale l’istinto di contraddire piuttosto che quello di costruire. Forse il vero problema non è tanto la cedolare secca, ma la secchezza del confronto politico. In questo senso, bisogna riconoscerlo: la sinistra prende molto sul serio il mestiere di oppositore. Fin troppo.