Agricoltura, politiche commerciali solide ma siamo rallentati dalla solita logistica

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L’export agroalimentare nel 2025 ha superato 72 miliardi di euro su un totale di 643 miliardi. Un risultato che riconosce l’importanza del settore per l’economia del Paese e acquista valore anche nelle relazioni internazionali.

Mai come oggi è indispensabile una strategia complessiva per la valorizzazione del Made in Italy e la tutela delle nostre produzioni. Grazie a una rinnovata capacità di ascolto del governo, le politiche commerciali si sono rafforzate con l’obiettivo di un maggiore processo di internazionalizzazione delle imprese che ha spinto a una presenza più forte dell’Italia nelle grandi fiere internazionali. Un elemento rilevante che, come Confagricoltura, condividiamo per far fronte a una concorrenza sempre più agguerrita, anche sulle piazze consolidate. Questo vale ad esempio per gli Stati Uniti, nostro primo mercato extra Ue, ma pure per la Germania, primo in ambito europeo. L’abbiamo visto di recente a Berlino, in occasione di Fruit Logistica: i nostri prodotti ortofrutticoli sono molto apprezzati per la qualità e il gusto, ma pagano un enorme deficit in termini di logistica e di costi di produzione.

Allargarsi a nuovi mercati e rafforzare gli attuali è fondamentale e in questa direzione gli accordi commerciali sono un valido strumento di aiuto: abbiamo raggiunto traguardi molto positivi, ad esempio, con il Giappone, con il Canada e, recentemente, con l’India, una piazza enorme che consentirà a numerosi comparti agricoli di crescere senza mettere a rischio le produzioni più sensibili, come invece accade per il Mercosur. Questo ci porta a dire anche come sia necessario ragionare in un’ottica di multilateralismo, superando gli attuali accordi bilaterali, ma con un sistema di regole certe, a partire dal rispetto del concetto di reciprocità. In Europa e in Italia siamo reduci da anni molto difficili, in cui gli agricoltori hanno investito e innovato garantendo standard sempre più elevati di sicurezza alimentare. Noi attualmente stiamo correndo, ma con una zavorra. Questo sforzo, che continua, non può essere cancellato a nostro sfavore, a maggior ragione in considerazione del fatto che, nonostante il record delle esportazioni, il nostro Paese torna ad essere un importatore netto di cibo, con una bilancia commerciale che nel 2025 segna un disavanzo di circa 760 milioni e un aumento delle importazioni di oltre il 10%.

Intorno a noi il mondo corre e muta velocemente: la Tunisia è diventata il secondo produttore mondiale di olio; la Russia, nonostante la guerra, si conferma leader per il frumento; il Brasile è il primo produttore di proteine; la Cina è detentrice dei principali titoli di commodity e attore fondamentale nello scacchiere internazionale. Negli Stati Uniti l’agricoltura è considerata un asset strategico ed è sostenuta da importanti misure del governo a favore delle imprese. In un contesto così competitivo è fondamentale che l’Europa si liberi “di lacci e lacciuoli” e investa ancora di più sull’agricoltura, che ha sempre assicurato la sicurezza alimentare, anche in epoca di pandemia, con una politica dedicata forte e una visione davvero di respiro.

In Italia il governo ha dato al settore primario un ruolo di rilievo: mai il settore primario era stato così centrale nell’azione dell’Esecutivo. L’ICE, l’istituto per il commercio estero, sia pure coi limiti degli strumenti a disposizione, grazie ad una guida lungimirante, ha cambiato passo negli ultimi anni facendo sentire la propria vicinanza al sistema produttivo creando occasioni di presenza e visibilità fuori dai confini nazionali. Anche il recente riconoscimento Unesco alla cucina italiana patrimonio immateriale dell’Umanità conferisce nuova luce al settore agroalimentare. Occorre, come Paese, insistere e alzare l’asticella dei nostri obiettivi, coniugando il valore dei nostri prodotti a quello della sostenibilità delle nostre produzioni, a vantaggio dell’economia del Paese e a beneficio delle imprese e dei cittadini.