Europa
Aiuti all’Ucraina, la maggioranza si divide. Scontro tra Borghi e Crosetto, così l’Italia rischia di perdere credibilità
Con la politica estera non si scherza. Lo scontro Crosetto–Borghi, filtrato dalla riunione del Copasir dell’altro ieri, fa pensare che il trend positivo di Giorgia Meloni nasconda livori interni alla maggioranza di cui non ha bisogno né il governo, né il Paese. La premier è impegnata ai tavoli internazionali ormai tutti i giorni. Ucraina, G20, Gaza. Andando a ritroso, è più di un mese che la sua attenzione è necessariamente focalizzata sulla politica estera. La stessa uscita dell’Italia dalla procedura di infrazione in Ue, per quanto di natura economico-finanziaria, ha una sfumatura di “straniero”. I risultati non sono da poco. Trump torna a più miti consigli nella trattativa con Putin, grazie anche alle buone entrature di Meloni alla Casa Bianca. Mentre la manovra viene approvata a Bruxelles. Punti, questi e altri, che messi in fila portano al buon risultato di Fratelli d’Italia alle elezioni domenica.
La misura che non ha senso
Ecco perché stona quanto succede all’ombra di Palazzo Chigi. Martedì in audizione al Copasir, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha illustrato il dodicesimo pacchetto di aiuti militari italiani all’Ucraina. Ma la Lega non ci sta. Per voce del suo più euroscettico rappresentante a Palazzo San Macuto, Claudio Borghi, fa sapere che la misura non ha senso ora che la pace è vicina. È l’ennesimo botta e risposta tra i due. Dieci giorni fa, Borghi aveva provocato il ministro chiedendogli quali sarebbero state le mosse italiane in caso di attacco Usa al Venezuela.
Ricostruzione della querelle a parte, il ragionamento è un po’ più serio. L’Italia è parte della Nato e dell’Unione europea. La Nato e l’Ue stanno garantendo un sostegno finanziario e logistico all’Ucraina. L’Ucraina sta combattendo da quasi quattro anni una guerra contro la Russia che si pensava sarebbe finita in meno di quarantott’ore. Si può essere contrari a questo appoggio. Ma bisogna chiedersi cosa voglia dire all’atto pratico. Non essere in linea con un’alleanza di cui si è partner, la Nato, oppure fondatori, l’Unione europea, significa venir meno alla parola data. In passato, il nostro Paese ha interpretato le alleanze in maniera fluida. Sappiamo com’è andata a finire. Oggi, un governo inaffidabile non viene punito dagli eserciti, mai dai mercati. Non rispettare gli accordi sarebbe uno sgarbo per gli alleati. Magari interpretabile come un beau geste da parte di Putin, ma è plausibile che lo stesso zar si ricorderebbe di noi come di quelli che, sì, sono passati dalla sua parte, ma restano banderuole, per cui è meglio non fidarsi.
Il tema d’opportunismo
E poi c’è un tema di opportunismo. Prima o poi la guerra in Ucraina finirà. A quel punto, si comincerà a parlare di ricostruzione. Per la felicità anche degli imprenditori nostalgici di Gazprom. Si faranno i conti di chi c’era e chi no durante il conflitto. Chi era nelle retrovie a istruire i soldati, oppure addirittura al loro fianco in trincea. Si vedrà chi ha messo mano al portafoglio e chi ha remato contro. Il primo a fare il bilancio di tutto questo sarà Donald Trump, che liquiderà i governi neutrali come alleati del Cremlino. Di Svizzera ce n’è una sola.
Questione difesa
Infine, la questione difesa. Investire nella relativa filiera non vuol dire né fortificarsi e basta, né togliere denari ad asili e pensioni. È un modo per far crescere un’industria che in Italia è già un campione nazionale. In fatto di ricerca, occupazione dalle alte competenze, presenza sui mercati globali. Voltare le spalle all’Ucraina, sperando in cuor proprio di vedere i tank di Putin sfilare sul Maidan di Kyiv non è strategico. È anti-italiano.
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