La lettera
“Al referendum andrò a votare e dimenticherò il fine politico”. Il primo passo per restituire la magistratura al suo ruolo
Chi conosce la mia storia di donna socialista e riformista sa già da che parte sto e come voterò il 22 e 23 marzo. Ma il punto di partenza è un altro: andrò a votare, e mi auguro che il partito degli astenuti non sia il vero protagonista di questo referendum. Sarebbe un’occasione persa, soprattutto per chi denuncia la distanza tra politica e cittadini. Il referendum costituzionale rafforza il nostro ruolo nelle scelte che incidono sull’equilibrio dei poteri dello Stato: abbiamo l’ultima parola. Pensiamoci prima di lavarci le mani. Se abdichiamo al dovere del voto, alla responsabilità di informarci e formarci un’opinione, stiamo rinunciando a ciò che altrove si difende ancora a costo della vita. La democrazia è partecipazione.
Voterò nel merito di una riforma in cui credo. Non sarà un voto per il governo né contro l’opposizione, né tantomeno pro o contro la magistratura. È sbagliato e pericoloso ridurre questo referendum a uno scontro politico. Cosa significherebbe una vittoria di misura del Sì? Un plebiscito contro i giudici? E i tanti magistrati che lavorano con rigore, lontani da correnti e logiche di potere? Politicizzare un referendum costituzionale sulla giustizia è quanto di più lesivo per l’immagine di un potere che deve garantire tutti.
Nel merito, voterò Sì alla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, Sì a una nuova composizione dei Consigli superiori, Sì all’istituzione di una Corte disciplinare autonoma. Le ragioni non richiedono tecnicismi ma logica e memoria. La separazione delle carriere non indebolisce i magistrati: ne rafforza la terzietà e completa il modello accusatorio introdotto nel 1989 e sancito dall’articolo 111 della Costituzione. Non a caso Giuliano Vassalli, padre di quel Codice di Procedura Penale, fu chiarissimo: “Senza la separazione delle carriere il mio Codice di Procedura Penale non funzionerà”. Liberare il giudice dal “respiro inquisitorio del pm” significa rendere più chiaro il processo e anche l’informazione: le accuse non sono sentenze, ma tesi di una parte. Conta solo il giudizio di un giudice terzo e imparziale. È una battaglia che non ha colore politico e appartiene alla tradizione riformista-liberale.
Il sorteggio per il Csm, descritto come una lotteria dai fautori del No, serve invece a ridurre lo strapotere delle correnti e a rimettere al centro il merito. Non nasce nei Ministeri, ma da magistrati stanchi di un sistema autoreferenziale. Il Csm non è un organo di rappresentanza, ma di governo della carriera: è paradossale sostenere che chi decide della libertà dei cittadini non sia in grado di svolgere funzioni amministrative. Infine, una Corte disciplinare autonoma rafforza credibilità, rigore e fiducia nel sistema.
Alcuni obiettano che la riforma non risolve i problemi strutturali della giustizia. Ma davvero non si deve iniziare a correggere nulla finché non si corregge tutto? Un assetto più chiaro è la premessa per affrontare anche le inefficienze. Il 22 e 23 marzo si vota per chiudere una stagione e restituire la magistratura al suo ruolo: un potere dello Stato, non il potere, primus inter pares.
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