Alberto Pagani, docente universitario, saggista ed ex parlamentare – si è tra l’altro occupato di rapporti tra Parlamento e Nato – è oggi consulente in materia di Difesa. Lo incontriamo a Roma, a margine del bilaterale Italia-Germania.
Trump è disruptive. Qual è la vera strategia dietro la sua postura internazionale?
«Dirompente è la parola giusta: parla sempre ai suoi elettori americani, anche quando si rivolge a noi, e vuole rompere gli schemi, anche al costo di rendersi ridicolo. Il suo consenso si basa sull’identificazione proiettiva, è come l’Umberto Bossi di un tempo, che piaceva ai leghisti quando millantava una supposta virilità della Lega nord. Chi ha votato Trump non ama le sottigliezze del linguaggio di Washington, troppo equilibrato e diplomatico. Il suo elettore tipo è arrabbiato, è stanco della vecchia politica. Per compiacerlo lui interpreta un personaggio: vuole dimostrare di essere il cambiamento che ha promesso, di essere diverso dai suoi predecessori. In realtà è diverso soprattutto nella postura e nel linguaggio rozzo, e nei suoi modi arroganti, da cafone».
Perchè, gli altri Presidenti americani nella sostanza la pensavano come lui? Non stanno cambiando i rapporti tra Stati Uniti e alleati nel nuovo ordine internazionale?
«Stanno cambiando in peggio. La volontà di perseguire prioritariamente l’interesse nazionale americano non è una novità, è una costante. Tutti i Presidenti hanno cercato di rendere più grande l’America, ciascuno a modo suo. La vera differenza è che Trump non crede che la forza dell’America stia nel soft power, cioè nella sua capacità di conquistare i cuori e le menti del resto del mondo. Non ha capito la potenza strategica di Hollywood, che con la sua capacità di seduci con l’american way of life ha edificato l’impero americano molto meglio dei militari. Lui crede che per essere amato in patria deve esser temuto all’estero. E per questo insulta, minaccia, aggredisce… e così rischia di rimanere da solo con i suoi fanatici e di rendere odiosa l’America».
L’Europa può davvero reagire in modo unitario di fronte alle pressioni americane, dalla Groenlandia ai dazi?
«Potrebbe se lo volesse. E sarebbe un vantaggio per tutti. Ma siccome c’è sempre qualcuno che pensa di essere più furbo degli altri, e che sia più conveniente per il suo Paese andare da solo e con il cappello in mano alla corte di Mar-a-Lago, per conquistare un trattamento di favore, l’Europa non riesce a far valere pienamente il suo potenziale peso politico e negoziale. Nella teoria dei giochi questo fenomeno è chiamato “il dilemma del prigioniero”».
Oggi l’Onu deve pronunciarsi: le istituzioni internazionali hanno margini reali per intervenire sul massacro in Iran?
«Purtroppo no. Le decisioni importanti devono essere prese dal consiglio di sicurezza, dove sono membri permanenti la Cina e la Russia, che sono i principali alleati e sponsor del regime islamico iraniano, e che impediranno ogni iniziativa che lo possa danneggiare o limitare. Il rapporto di Xi Jinping e di Putin con Khamenei è come quello che aveva Hitler con l’ultimo Mussolini, quando lo obbligò a fare la repubblica di Salò. Loro comandano, gli dicono di non mollare e di massacrare i giovani iraniani che protestano. Gli ayatollah e i pasdaran lo fanno perché hanno bisogno della loro protezione per salvarsi, o per fuggire se le cose precipitano. Quando sei costretto a rimanere al potere senza consenso del tuo popolo ti restano le leve della paura. La crudeltà. La rabbia. Questa è la situazione».
Che prospettive ci sono per un accordo ravvicinato di pace tra Ucraina e Russia?
«Poche, temo. Secondo le stime le perdite russe ammontano a 1.230.810 soldati, tra morti e feriti, sacrificati inutilmente per ottenere sul campo dei risultati insignificanti, in tre anni di guerra. Ora Putin non può accettare un accordo che fotografa questa realtà: non può raccontarla in Russia come una vittoria. Quindi deve per forza continuare la guerra, sperando di vincerla a tavolino, nella trattativa con Trump».
Che ruolo dovrebbe avere l’Italia nel Mediterraneo e nel Piano Mattei per aumentare la propria influenza?
«La nostra influenza nel Mediterraneo ed in Africa dipende dalla nostra capacità di rappresentare un modello positivo, un partner affidabile ed una speranza di miglioramento. Nel Secondo dopoguerra gli Stati Uniti investirono nell’Europa distrutta moltissimi soldi, con il Piano Marshall, ma ottennero in cambio grandi vantaggi. Costruirono legami economici, alleanze politiche, capacità di influenza… tutto quello che Trump sta demolendo. L’Italia, con molti meno mezzi a disposizione, dovrebbe ispirarsi a quel modello di cooperazione allo sviluppo, che poi è lo stesso che aveva in mente Enrico Mattei».
Quale postura dovrebbe adottare l’Italia per mantenere solide e proficue relazioni con gli Stati Uniti?
«Nelle relazioni internazionali non ci sono amici o nemici, ci sono solo gli interessi. L’Italia ha i suoi interessi, e dovrebbe metterli a fuoco. L’Europa ha i suoi interessi, gli Stati Uniti pure. L’Italia può avere solide relazioni bypassando l’Europa solo se adotta una postura servile e negozia i propri interessi per conto proprio. Ma c’è un’alternativa: mostrare dignità ed orgoglio del proprio ruolo e negoziare insieme agli alleati europei. Ma bisogna essere uniti: perché gli Usa possono fare a meno di qualche singolo stato europeo, non possono fare a meno della Ue. Per questo Trump cerca di dividerci, esattamente come fanno anche i Cinesi ed i Russi. Se l’Europa non sarà unita non sarà nemmeno forte. Sarà solo un terreno di conquista, da depredare, prima di tutto in campo economico e commerciale».
Quale ruolo industriale e tecnologico può ritagliarsi l’Italia nelle catene di fornitura e nell’apparato difensivo europeo ed americano?
«La rivoluzione tecnologica che sta cambiando sia il mondo della Difesa che l’industria è quella dell’intelligenza artificiale, dei Big Data e degli algoritmi analitici di nuova generazione. Noi europei quel treno l’abbiamo perso, facendo più regolamentazione che innovazione, e rischiamo di perdere capacità anche nello spazio e nell’underwater, se non ci muoviamo. Per essere competitivi dobbiamo cambiare il modo di pensare. Il quantum computing, ad esempio, rivoluzionerà la tecnologia militare: con la sua straordinaria velocità di calcolo permetterà di rompere tutti i codici di cifratura che proteggono le comunicazioni e renderà vulnerabili tutti sistemi di difesa. La chiave per proteggerli non sta nell’investimento nelle macchine, ma nella matematica, nella Theta Algebra, e quindi nella conoscenza, nel sapere scientifico: servono investimenti sui cervelli dei nostri giovani, che peraltro avremmo, se non li facessimo fuggire all’estero».
