Il 19 gennaio ricorrono i 26 anni dalla scomparsa dello statista Bettino Craxi, ma si fatica ancora a fare i conti con Craxi. «Al 45esimo congresso del Partito Socialista a Milano nel maggio 1989 c’erano delegati da tutto il mondo e, segnalo tra i tanti ospiti Sacharov, Peres e Brandt».
A raccontarlo è uno dei protagonisti di quella stagione politica, Gianni Bonini. Classe ‘50 con un passato nella sinistra extraparlamentare, tra durissime lotte politiche e sociali non prive di risultati per le classi subalterne (ne prova a dare un resoconto nel suo ‘Primavera di bellezza’); poi, una lunga esperienza negli enti locali e nei beni culturali, nella segreteria del Psi, socialista orgogliosamente craxiano anche dopo il 1993, manager nel settore dell’energia e del food, vicepresidente del Ciheam e amante della civilizzazione mediterranea, di Ebla, di Byblos, di Ancyra.
«Milano e di conseguenza l’Italia e l’Europa erano al centro di una riflessione politica che anticipava le complessità dell’oggi e che non va affatto dimenticata», aggiunge Bonini. «L’Italia era quarta potenza mondiale, il PSI craxiano aveva rotto la deleteria sudditanza al PCI, che aveva contraddistinto il corso di De Martino (condito dal peggior risultato elettorale), e Bettino Craxi, prevedendo il crollo dell’Unione Sovietica, aveva in mente un progetto, lungimirante, per una transizione in chiave riformista del blocco sovietico e per una integrazione euro-russa che, con gli occhi di oggi, avrebbe evitato molti lutti, a entrambi, ucraini compresi. In un certo senso guardava con attenzione anche al tentativo, pur ambiguo, di Gorbachev».
«Era chiaro già allora che la fine dell’Urss, come la fine dell’Impero degli zar, avrebbe avuto ripercussioni su tutto il quadrante euro-asiatico – dal Baltico alla Crimea al Caucaso al Centro Asia – e si voleva rendere la transizione, politica e ideologica del blocco, più morbida. È un progetto che trovava il PSI e l’Internazionale socialista attenti, non sono i soli, Andreotti è tra questi come testimonia il bel libro di Bucarelli e Pons sul suo carteggio con il segretario generale sovietico. Il PCI sembra invece, non tanto incredibilmente, più distante, semmai più interessato al travestimento, a farsi trovare pronto al momento del crollo. Da un punto di vista utilitaristico ha avuto la meglio ed il suo establishment è riuscito a cavalcare Mani Pulite e la rottura horribilis del 1992-93 fino a proporsi come nuovo ceto politico post-comunista. Ebbe la meglio un’altra visione: quella della turbofinanza, la definizione è di Luttwak, che ha privatizzato la Russia negli anni ‘90, trasformando i trust statali in oligopoli – si ricordino le persone che letteralmente morivano di fame o vivevano nella metropolitana –, scatenando un suo neo-imperialismo». «L’Unità socialista era la declinazione non solo domestica ma su scala continentale di questo approccio democratico-riformista alla fine del blocco sovietico – sottolinea Bonini -. La ricomposizione delle scissioni leniniste del 1921. La Bolognina fu un’accelerazione che andava in senso opposto».
Pur tuttavia, complice il declino politico e materiale del Paese, Craxi è stato riportato alla sua dimensione di statista e sebbene non veda eredi politici la sua visione rimane quanto mai attuale. «È stato fatto un lavoro straordinario negli anni – riconosce – che ha ottenuto il risultato, non scontato, di rompere la damnatio memoriae. Merito di Stefania Craxi e della Fondazione. Certo, nel percorso per una giusta riscoperta di Craxi, non dobbiamo sottovalutare che c’è stata una cesura, violenta e sanguinosa nel 1993, che aveva – quasi – portato a dimenticare e rinnegare un secolo di storia, lotte, conquiste sociali, riforme, un patrimonio avanzatissimo e una capacità di mediare con il capitalismo straordinaria, quella sì da rimpiangere amaramente oggigiorno».
