Alla ricerca del partigiano scomparso nel passato: il bellissimo romanzo di Mozzachiodi parte da un vuoto di memoria

C’è un gesto minimo, quasi impercettibile, da cui prende avvio “Luna orba. Una storia (quasi del tutto) vera” di Fulvio Mozzachiodi (Edizioni ETS). Un gesto che non fa rumore, che non pretende attenzione. Una madre anziana, corrosa dalla demenza, chiama il figlio con un nome che non è il suo: “Riccardo”, ma lui si chiama Attilio. Riccardo era lo zio di Attilio. È Riccardo l’oggetto della ricerca del narratore, Attilio appunto. Ma è proprio da questo inciampo della memoria, da questo errore apparentemente banale, che si apre una faglia profonda, una crepa in cui scivolano insieme il privato e la Storia, il tempo domestico della malattia e quello tragicamente pubblico del Novecento.

Perché Riccardo è lo zio morto in un campo di concentramento nazista, Flössenburg, durante la Seconda guerra mondiale. Prima c’era stata la lotta partigiana, le sue montagne, il suo sangue versato. E allora l’errore diventa rivelazione, il vuoto della memoria individuale rimanda a un vuoto più vasto, collettivo, che riguarda ciò che non si è voluto o saputo raccontare. Attilio si trova così costretto – e il verbo non è eccessivo – ad attraversare quel varco, a interrogare l’ombra che grava sulla sua storia familiare. La memoria non è mai lineare, proprio come la Storia. E la figura di Riccardo in qualche modo è sfuggente, una figura quasi spettrale, evocata più che ricostruita.

Non c’è qui alcuna volontà di risarcimento morale, nessuna pretesa di verità definitiva. C’è unicamente voglia di ricercare. Attilio/Mozzachiodi accosta documenti, lettere, tracce, con una cautela che è anche una forma di rispetto. La sua è un’indagine consapevole dei propri limiti, che fa dell’incertezza non un difetto, ma una cifra. Si capisce che l’autore ha nutrito il romanzo di sue esperienze, di sue idee – è stato anche funzionario del Partito comunista – ma qui davvero non c’è traccia di quella retorica resistenziale che pure ha animato tanta buona letteratura italiana. Infatti la scrittura è asciutta, controllata, priva di ogni compiacimento. Anche quando si avvicina ai nodi più dolorosi – la deportazione, la morte – Mozzachiodi mantiene una distanza che non raffredda, ma intensifica. È una sobrietà che rifiuta il patetico, e proprio per questo è più struggente. Nulla è urlato, nulla è spiegato una volta per tutte.

“Luna orba” ci ricorda che la memoria, anche quando è lacunosa, imperfetta, persino malata, resta uno spazio di responsabilità. Non solo individuale, ma collettiva. Un dovere fragile, ma pur sempre un dovere.