All’Ucraina serve aiuto: la capacità di resistenza fiaccata dal tradimento di Trump

In this photo provided by the Ukrainian Presidential Press Office, Ukrainian President Volodymyr Zelenskyy, center, holds a meeting with servicemen near the frontline city of Pokrovsk, Donetsk region, Ukraine, Tuesday, Nov. 4, 2025. (Ukrainian Presidential Press Office via AP) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Nella sua “Fenomenologia dello spirito”, Hegel, in riferimento al rapporto tra servo e signore, ricorda la parola d’ordine “Libertà o morte!”. Un motto tanto importante da essere cucito sulle bandiere durante la Rivoluzione francese. La libertà è una rischiosa conquista. A meritarla è chi mette in gioco la propria vita pur di non inchinarsi davanti al tiranno. Chi invece, magari per timore, baratta la libertà con la propria sopravvivenza, merita di servire alle dipendenze di qualcuno.

La storia, come sempre, ci insegna. Winston Churchill non si piegò davanti a Hitler. Non lo fecero i partigiani italiani con i nazifascisti. E non lo sta facendo, da quasi quattro anni, il popolo ucraino nei confronti di un autocrate spietato come Putin. Questo popolo sta affrontando il terzo inverno consecutivo in condizioni infernali, mentre la sua capacità di resistenza rischia di essere fiaccata dal “tradimento” di Trump e dai ritardi europei nella fornitura di aiuti finanziari e militari. Hic Rhodus, hic salta. Il tempo delle promesse non mantenute, o mantenute parzialmente, è scaduto. Volodymyr Zelensky lo ha detto chiaramente. E l’avanzata russa a Pokrovsk dovrebbe suonare come un campanello di allarme per tutti i governi democratici del nostro continente.

In Italia, sono numerosi gli avvoltoi che attendono con ansia il crollo definitivo di questo bastione-simbolo della lotta di Kyiv contro il progetto neoimperiale di Putin. Non mi riferisco solo alle Cassandre della realpolitik che la deridono in nome delle dure leggi della storia. Ciò che più colpisce e preoccupa è l’indifferenza della sinistra di fronte a una tragedia che ha come posta in gioco il futuro dell’Europa.
Il prossimo 22 novembre si commemorano i milioni di morti ucraini dell’Holodomor, la carestia pianificata dal regime sovietico tra il 1929 e il 1933 per ridurre alla fame i contadini kulaki e quanti si opponevano alla collettivizzazione delle campagne. Oggi l’erede di Stalin sta pianificando l’annientamento dello stesso popolo costringendolo a vivere al buio e al freddo, senza acqua e con poco cibo.

E però i “costruttori di pace” non battono ciglio. Non chiedono a Mosca di fermarsi e di fare un passo indietro. Chiedono di non dare più armi a Kyiv. Alcuni sono apertamente filorussi, come i “progressisti” pentastellati, altri sono solo pallidi emuli dei Neville Chamberlain e dei Lord Halifax dell’appeasement con Hitler. Diceva lo storico inglese Thomas Fuller (1654-1734) che è “follia per la pecora parlare di pace con il lupo”. Significa che non bisogna mai trattare con l’orso del Cremlino? No, significa che non si può trattare con chi ti tiene puntata la pistola o, meglio, un missile alla tempia. Non è difficile da capire.