Andrea Graziosi su Putin e l’Ucraina, una vera vox clamantis in deserto

Andrea Graziosi è forse il massimo storico italiano sull’URSS e la Russia. E anche in questo lavoro, L’Ucraina e Putin. Tra storia e ideologia (Laterza, 2022, 168 pagine, 16 €) non delude affatto. Questo libro non è una cronaca dell’invasione del 2022, ma un’opera che ne fornisce le radici profonde, esplorando la relazione complessa e conflittuale tra Russia e Ucraina attraverso la lente della storia, della storiografia e dell’ideologia putiniana.

I tre pilastri del libro

Il saggio, conciso e incisivo, si sviluppa attorno a tre pilastri fondamentali:

1. La natura dell’Ucraina e la sua “idea nazionale”: Graziosi spiega perché l’Ucraina non è un’invenzione moderna, ma una nazione con una storia, una lingua e un’identità distintive, formatasi in secoli di interazione e contrasto con la potenza russa/sovietica. Smonta il mito, caro alla propaganda russa, dell'”Ucraina fratello minore” o “parte inseparabile del mondo russo”.

2. L’evoluzione dell’idea russa di Stato e impero: l’autore analizza come, dallo zarismo all’URSS fino alla Federazione Russa di Putin, Mosca abbia concepito il suo dominio sull’Ucraina come essenziale per il proprio status di grande potenza e per la propria identità.

3. L’ideologia di Vladimir Putin: è il cuore del libro. Graziosi spiega il pensiero del leader russo, mostrando come esso attinga a un mix pericoloso di storia mitizzata, risentimento post-imperiale e nazionalismo grande-russo. In particolare, si focalizza sul famoso saggio storico di Putin del luglio 2021, considerato un vero e proprio “manifesto” che anticipava l’aggressione, in cui il presidente russo negava esplicitamente il diritto all’esistenza di un’Ucraina sovrana.

La profondità storica e l’ignoranza di noi italiani

Uno degli aspetti che preferisco dei lavori di Graziosi, confermato in questo volume, è la profondità storica e la sua capacità di spiegare i nodi culturali che legano ogni nazione a quelle vicine. Ecco dunque che già nell’introduzione l’autore ricorda alcuni motivi per cui in Italia una parte non piccola dell’opinione pubblica è pregiudizialmente pro-Putin, o comunque pro-Mosca e condanna, senza motivi razionali, la Resistenza ucraina. Elenca Graziosi quella che potremmo chiamare l’ignoranza sesquipedale e “multilivello” degli italiani, sia di bassa che di alta estrazione:

  • l’ignoranza è il disinteresse diffusi, ma in fondo comprensibili, per paesi ed esperienze che sono lontani da noi;
  • il permanere nei loro confronti di giudizi formatisi in tempi passati, quando essi hanno contato dalla nostra storia, giudizi poi a lungo mai aggiornati anche per effetto di quella comprensibile ignoranza;
  • la convenienza, non solo materiale e composta da fattori diversi, di alcuni settori della nostra società a intrattenere forti rapporti con la Russia;
  • il peso di tradizioni intellettuali di politiche obsolete diventate col tempo sempre più rozze;
  • la cialtroneria ignorante, autocentrata e affamata divisibilità che resta, ahimè, una delle caratteristiche di un segmento non piccolo dei nostri ceti intellettuali, politici, giornalistici e accademici;
  • il mancato rispetto dell’interesse nazionale l’ignoranza delle grandi questioni internazionali, queste sia normali e incomprensibili, di buona parte delle nostre Elite politiche, burocratiche e intellettuali, incarnatisi in politici che hanno corteggiato a Mosca senza pensare ai perché e ai fini delle sue politiche in ex alti funzionari dello Stato o, ancora, importanti politici che si sono messi al servizio di grandi imprese straniere come se ciò non comportasse problemi; i governi di ogni tipo e composizione che hanno, dopo il 2014, raddoppiato la dipendenza italiana dall’energia russa. Dietro tutto questo ci sono le tradizioni di una sinistra italiana per lungo tempo favorevole a Mosca, c’è un Silvio Berlusconi che ha portato su posizioni filo russe anche un centrodestra lungo sospettoso, ci sono forze politiche sovranista convinte che l’interesse di Mosca ad avere a Occidente un blocco debole diviso coincida con le loro ambizioni di ostacolare la costruzione europea. (XXI)

Uno Stalin genocida e paradossale unificatore dell’Ucraina

L’autore fornisce le chiavi per comprendere eventi cruciali come il periodo cosacco, l’Holodomor (la carestia-genocidio del 1932-33 voluta da Stalin), e però ricorda come lo stesso Stalin fu il paradossale unificatore dell’identità ucraina, quando decise, d’imperio, di “unire al territorio ucraino dell’epoca anche parti della Polonia, della Cecoslovacchia e della Romania, formando la nuova ‘grande’ Ucraina che partecipò alla fondazione delle Nazioni Unite” (32), poi ulteriormente ingrandita “da Chruščëv con l’incorporazione della Crimea nel 1954” (32).

Graziosi poi si sofferma sulle politiche di russificazione, sul crollo dell’URSS e sulla Rivoluzione Arancione. Spiega come questi eventi siano letti in modo diametralmente opposto dalla storiografia ucraina e da quella nazionalista russa.

Apprezzo molto la chiarezza espositiva: nonostante la complessità del tema, il libro è accessibile anche ai non specialisti. Graziosi condensa decenni di ricerca in un testo agile e argomentato. Lo storico non cade in un semplicismo filo-ucraino, ma analizza con rigore le dinamiche di potere, i fallimenti delle élite ucraine e le responsabilità occidentali, pur mantenendo chiara la distinzione tra aggressore e aggredito.

Graziosi ripercorre, nella prima parte del suo tracciato, la storia invisibile di un confine che si disegna piano piano. Dopo il 1991, l’Ucraina si scopre diversa dalla Russia. Non un solco netto, ma una trama di fili sottili: mentalità come biforcazioni di sentieri nella foresta, culture che si ramificano in labirinti di parole e riti, sensibilità che vibrano su corde diverse – una più acuta, l’altra più grave –, ambizioni che puntano a stelle opposte, visioni del mondo come città invisibili, l’una di palazzi di vetro e l’altra di mura di mattoni.

Smantellare la vulgata filo-russa

L’autore smantella la vulgata di stampo putiniano, così popolare in Italia, secondo cui la Russia, dopo l’implosione dell’Urss, abbia subìto un trattamento analogo a quello che fu impartito alla Germania del dopo Prima guerra mondiale. Spiega Graziosi:

Il discorso resta però falso e sbagliato. La Germania di Versailles, sottoposto a vessatorie riparazioni economiche, tagli territoriali, rigidi controlli sulle forze armate e umiliazioni di ogni tipo, nonché esclusa dall’organizzazioni internazionali, aveva reali ragioni di sentirsi vittima di politiche persecutorie, che non furono affatto applicate a una Mosca che scelse liberamente, a Belaveza, di sciogliere l’Urss, la cui esistenza Washington cercò di sostenere finché fu possibile, come dimostra il famoso Chicken Kiev Speech tenuto da George H.W. Bush il 1° agosto 1991. Diversamente dalla Germania, la Russia non fu imposta alcuna riparazione (le furono anzi concessi aiuti consistenti, anche se non nella misura sperata) e non fu tolto alcun territorio. Essa venne inoltre presto ammessa nel club dei grandi (del 1997 il G7, che riuniva i più grandi paesi del mondo, fu battezzato G8 proprio in seguito dell’ammissione della Russia), e al suo esercito non fu imposto alcun tetto. (58)

Il memorandum di Budapest

Già nel 1994 emerge il Memorandum di Budapest, nodo cruciale in questa cartografia. Un accordo sulle garanzie di sicurezza, legato all’adesione ucraina al Trattato di non proliferazione nucleare. Russia, Stati Uniti, Regno Unito, Ucraina: quattro potenze intorno a un tavolo, e l’Ucraina che, con il Protocollo di Lisbona del 23 maggio 1992, ha già ufficializzato la consegna di “4000 testate nucleari (2.700 tattiche, 1.400 strategiche)” (XIII), rimaste sul suo suolo dopo lo scioglimento dell’URSS. Silenziose, quelle testate svaniscono come città sotterranee, lasciando in cambio assicurazioni su carta: sicurezza, indipendenza, integrità territoriale. Promesse come mappe ideali, che tracciano confini teorici mentre le storie reali continuano a intrecciarsi, pronte a deviare.

Questo saggio storico-politico si ciba di dati: non contiene narrazioni di guerra, reportage o storie personali dal fronte. Dati importanti, da cui poter partire per analizzare tutti gli sviluppi, come quando Graziosi riporta i risultati di un sondaggio nazionale ucraino del 1996, secondo il quale:

Il 48,6% degli ucraini riteneva già allora che l’Ucraina dovesse svilupparsi seguendo una via simile a quella dei paesi occidentali, un’affermazione da cui dissentiva solo il 30% delle risposte. E il 44,8% era favorevole all’impresa privata, anche se il consenso calava significativamente se ci si limitava alla sola grande impresa, in linea con le vecchie posizioni del socialismo e del populismo non marxisti di inizio Novecento. Le risposte alla domanda su quale nazionalità era sentita come più vicina si distribuivano ancora su un gradiente Occidente-Oriente abbastanza netto: in il 74,5% degli abitanti della regione di Leopoli sceglieva quella Ucraina, mentre la percentuale scendeva al 29,6 a Donec’k, nel Donbas, e al 12,2 a Simferopol’, in Crimea. Nella capitale, però gli ucraini erano già al 65%, malgrado il fatto che quasi il 42% dei suoi abitanti riconoscesse nel russo la sua lingua madre. (…) Il dato del Donbas si confermava a livello nazionale, col 48,3% che dichiarava di sentirsi più vicino a un’identità Ucraina, il 20,5% che si rifaceva quella ex sovietica, il 14,5 che preferiva quella regionale e il 6,7 che citava la confederazione degli Stati indipendenti (il fragile successore dell’Urss). Solo il 2% si dichiarava senz’altro russo.

Il russo de-etnicizzato

Graziosi poi spiega come la lingua russa sia stata de-etnicizzata in tutta l’URSS, diventando uno strumento di comunicazione simile all’inglese di oggi in Occidente e Giappone (39). L’autore ricorda l’avvelenamento con la diossina di Viktor Juščenko (21), Primo ministro dal 1999 al 2001, che viene eletto nel presidente della Repubblica nel dicembre 2004, sull’onda della ‘rivoluzione arancione’ che si opponeva alla componente filorussa della società e della politica ucraine.

Ancora, l’autore ricorda come “Nel maggio 1997 Nato e Russia firmarono a Parigi un atto costitutivo che stabiliva i passi verso la cooperazione, dichiarava che “la Nato e la Russia non si considerano avversarie” e riconosceva di nuovo “il diritto intrinseco” di tutti gli Stati “a scegliere i mezzi per garantire la propria sicurezza”. Mosca vi accettava l’espansione dell’alleanza atlantica (Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca furono allora invitati ad entrarvi), in cambio della rinuncia da parte di quest’ultima di spiegare permanentemente “forze di combattimento significative” e armi nucleari in Europa orientale.” (85)

Notevole anche l’apparato iconografico del volume, con una ventina di pagine di mappe e fotografie che ricostruiscon da un punto di vista geopolitico e culturale l’attuale fisionomia ucraina. In conclusione, L’Ucraina e Putin di Andrea Graziosi è un’opera essenziale e illuminante. Dimostra come la storia, quando strumentalizzata e mitizzata, possa diventare un’arma letale. È un libro che, partendo dal passato, ci costringe a riflettere sul futuro dell’Ucraina, della Russia e dell’intero continente.