Noi di PQM siamo appassionati di storia. E ci piace accostarci al presente, per meglio comprenderlo, volgendo gli occhi all’indietro. In questo numero offriamo ai lettori una passeggiata nel tempo, dal 1988 – l’anno della rivoluzione accusatoria – ai giorni nostri. Motivo della desolante promenade, mettere in luce come la magistratura organizzata abbia costantemente osteggiato ogni tentativo di riformare l’ordinamento giudiziario e l’assetto processuale che ad esso inscindibilmente si collega. Se esiste un carattere che connota l’identità della magistratura che conta e che pesa sul terreno politico, è quello ossessivamente oppositivo, a prescindere dalle maggioranze parlamentari o governative che si sono succedute alla guida del Paese nei quasi quarant’anni di cui ci occupiamo. E che tutte, a riprova della rilevanza della questione, hanno avvertito la necessità di mettere le mani in un campo che si rivela ogni volta minato.

Eppure, a leggere il poderoso volume all’epoca curato da Edmondo Bruti Liberati e Luca Palamara, nell’anno del suo primo centenario (2009) ANM sembrava finalmente intenzionata a prendere di petto i temi più scottanti che riguardavano il corpo magistratuale. Citiamo da quel sito web, sezione libri, per non essere imprecisi: «Il Centenario è anche il momento della riflessione sulle prospettive, come spiega il presidente dell’Anm, Luca Palamara, nella Presentazione. Forte di una rappresentanza che sfiora il 94% dei magistrati in servizio, l’Anm sa che all’associazionismo giudiziario non basta la difesa dei valori costituzionali: occorre affrontare il cambiamento e la sfida della professionalità sugli incarichi direttivi, gli incarichi extragiudiziari, le “carriere” e la responsabilità dei magistrati; occorre superare le logiche di appartenenza, valutare le attitudini e il merito».

Se non fossimo già in Quaresima, potremmo intravedervi uno scherzo di Carnevale: che cosa ha impedito in questi diciassette anni il realizzarsi di quella galleria di buoni propositi, tanto assomiglianti ai “fioretti” di religiosa memoria? Non c’è bisogno di tirare in ballo la Conferenza Episcopale, già abbastanza engagé in materia costituzionale, per ricordare che il fioretto è un solenne atto di promessa che obbliga moralmente chi lo formula a compiere un’azione specifica. Perché venirvi platealmente meno, lasciando inesorabilmente immutato il sistema, anzi peggiorandolo? Non farà male ricordare che si ascrive al quadriennio 2018-2022 la consiliatura del CSM in cui le chat – di e con Palamara – ci raccontarono impietosamente che cosa può essere l’autogoverno della magistratura… Non è forse la granitica difesa dello status quo ad aver portato il Paese a dilaniarsi in una tenzone referendaria dove lo sport preferito dai sostenitori del No è quello di vaticinare la paralisi di ogni iniziativa giudiziaria, provocata nientemeno dalle intenzioni “deviate” dell’accolita del Sì?

Nelle nostre pagine, il lettore troverà agevolmente la risposta a questi interrogativi: l’intenzione di non cedere neppure un millimetro del proprio potere ha fatto sì che il “fioretto” del Centenario sia rimasto incollato alle labbra di ANM. Salda, nel pugno, la sciabola con cui si è contrastata fin dal 1988 ogni iniziativa per rendere più giusto il processo penale; colmare la lacuna lasciataci in eredità dalla Costituente con la settima disposizione transitoria della Costituzione; rendere efficiente e di elevata qualità il lavoro del CSM, sottraendolo alla cappa oppressiva del correntismo. Dietro il vessillo tanto sbandierato dell’autonomia e dell’indipendenza, marciano a ranghi compatti gli opliti della conservazione.

Lorenzo Zilletti

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