"Vanno ridefinite regole e perimetro"
Nuovo disordine mondiale Pinotti: “Europa a rischio, la politica deve rialzarsi. L’Occidente visto a Davos non è più compatto”
L’ex titolare della Difesa sottolinea la fase critica con il duo Trump-Putin. “Non esiste più pudore in geopolitica, la forza sembra essere tornata legge”. Serve il ricorso al sistema di sicurezza comune anche sulla cognitive warfare
Roberta Pinotti, genovese, già Ministra della Difesa nei governi Renzi e Gentiloni, è stata tra le fondatrici del Partito Democratico. Oggi di quel partito ha la tessera, ma nessun incarico. Presiede però la Fondazione per il Polo Nazionale della Subacquea. «E in effetti stiamo sott’acqua, come metafora della congiuntura internazionale», esordiamo nella conversazione.
Dove stiamo andando? Davos ci restituisce un Occidente affaticato, un’Europa smarrita, un asse transatlantico più fragile…
«Siamo in una fase di transizione che assomiglia più a un salto nel buio che a un’evoluzione graduale. A Davos si è visto chiaramente: l’Occidente non ha più quella compattezza culturale, politica e strategica che per decenni ha permesso di definire il perimetro entro cui il mondo si muoveva. Per molti anni abbiamo vissuto dentro un ordine che, pur con contraddizioni e ipocrisie, aveva un perno: la forza non veniva mai rivendicata come principio in sé, ma sempre accompagnata da una giustificazione dentro i confini della legalità internazionale. Oggi non è più così. Oggi non c’è più nemmeno l’ombra di quella grammatica. Vedo attori che dicono apertamente: “Io sono forte, quindi posso”. Non c’è più il pudore geopolitico. Questo è un passaggio epocale. È finito un mondo. E Davos, più che indicare una cura, è stato lo specchio di questa fragilità occidentale. L’Europa è apparsa esitante, gli Stati Uniti più imprevedibili, e il resto del mondo molto più assertivo, quando non esplicitamente aggressivo. In questa frattura, il rischio più grande è semplice: perdere il perimetro stesso della democrazia come riferimento internazionale».
Lei ha citato il discorso di Mario Draghi sulla laurea honoris causa. Che cosa rivela, secondo lei, quella riflessione così netta sul “mondo che non c’è più”?
«Draghi ha colto un punto centrale: per troppo tempo abbiamo pensato che l’ordine nato nel secondo dopoguerra fosse eterno, o quantomeno replicabile. Ma quell’ordine si reggeva su un insieme di condizioni storiche, di poteri bilanciati, di istituzioni rispettate, di narrazioni condivise. Oggi tutto questo è evaporato. Quando Draghi dice che non dobbiamo illuderci di vivere ancora nel mondo di prima, non parla solo di geopolitica: parla della fine di un immaginario collettivo. Il passaggio decisivo, e gravissimo, è l’erosione della legittimità.
Un tempo, quando una potenza violava il diritto internazionale, lo faceva “vergognandosene”: l’enfasi era sulla necessità di mantenere una narrazione democratica. Oggi non c’è nemmeno più questo tentativo. È la differenza tra: “Sto aggirando una regola, ma riconosco che esiste” e “La regola non mi interessa, non esiste una regola più grande della mia forza”. Questo cambio di paradigma è devastante. Perché quando la legittimità non conta più, la forza diventa l’unica legge. E il mondo torna pericolosamente simile ai periodi che precedono i grandi conflitti».
Perché parla dell’intervento di Donald Trump in Venezuela come di un segnale molto serio?
«Perché il tema non è Maduro — su cui non c’è alcuna ambiguità, e nessuno l’ha mai legittimato — ma il principio con cui si interviene. Nella storia della diplomazia esiste una frase implicita che ha regolato tante crisi: la forza non può diventare un diritto. Ecco, nel caso del Venezuela abbiamo visto il contrario. Intervenire unilateralmente, senza costruzione multilaterale, senza un quadro condiviso, significa introdurre un precedente politico estremamente pericoloso: significa normalizzare l’idea che Putin stia facendo “solo” la stessa cosa in Ucraina, con la stessa logica di potenza. Significa rendere più facile per la Cina sostenere che su Taiwan “valgono le regole del più forte”. Significa indebolire qualunque forma di difesa del diritto internazionale. Le democrazie non possono permettersi questi precedenti. Ogni volta che si sdogana l’azione di forza come pratica autonoma, si apre una crepa nell’architettura globale. E una crepa, oggi, diventa una voragine in pochi mesi».
È per questo che lei dice che oggi non abbiamo un nuovo ordine mondiale, ma un disordine mondiale?
«Sì. Il mondo non si sta ristrutturando su nuove basi condivise: si sta smontando. Siamo entrati in una fase in cui il multilateralismo viene dipinto come un peso inutile. Gli organismi internazionali vengono delegittimati in modo sistematico. Il concetto di “legge internazionale” viene bypassato in favore di una politica muscolare, fatta di prove di forza e di linee rosse unilaterali. Quando la legge diventa un’opzione e non un fondamento, non esiste ordine: esiste solo competizione di potenza. E non si risponde a questa dinamica con un comunicato o con un vertice simbolico: si risponde con una costruzione politica reale».
Lei indica quella costruzione politica reale nell’Europa. Perché l’Europa è l’unica risposta possibile?
«Perché l’Europa nasce esattamente per evitare ciò che stiamo vivendo. Nasce per impedire che i rapporti di forza degenerino in guerra. Nasce per sostituire il predominio della potenza con la logica della cooperazione. E nasce con dei valori molto precisi: libertà, democrazia, diritto. Il problema è che oggi l’Europa è ancora una potenza economica, ma non è una potenza politica. Non ha una voce unica. Non ha una difesa comune. Va in ordine sparso sui dossier esteri. Questo la rende irrilevante. Oggi, nel mondo reale, se non hai una voce unica e se non hai una capacità di difendere quella voce, non esisti come attore strategico».
Perché collega così nettamente la politica estera alla difesa?
«Perché sono due facce della stessa medaglia. La politica estera definisce i valori; la difesa li rende credibili. Non significa che l’Europa debba diventare aggressiva, o esportare potenza. Significa che deve essere in grado di proteggere ciò che rappresenta. Senza una credibile capacità di deterrenza, i tuoi valori diventano retorica. E attenzione: deterrenza non significa minacciare. Deterrenza significa evitare che altri possano minacciarti impunemente. Se l’Europa vuole proteggere la democrazia e lo Stato di diritto, deve avere istituzioni, mezzi, strumenti e capacità per farlo».
La sua proposta è una federazione europea. Come immagina i passaggi concreti?
«Non immagino un salto nel vuoto. Immagino un percorso già sperimentato. L’Europa ha fatto passi enormi quando ha capito che non aveva alternative: il mercato unico, la moneta unica, il commercio integrato. Ora il tema è identico: non possiamo restare una potenza solo economica in un mondo dominato dalla competizione geopolitica. Serve una federazionereale su esteri e difesa, con meccanismi democratici chiari: chi decide, come si decide, chi autorizza missioni, chi risponde politicamente. Non serve un super-Stato europeo . Serve una vera catena di comando politica».
L’ammiraglio Cavo Dragone sostiene che un esercito europeo sia prematuro. Lei ritiene invece che sia una necessità urgente?
«Sì, lo ritengo urgente. Comprendo che l’ammiraglio parli da comandante del Comitato militare della Nato: è naturale che difenda un’architettura che oggi funziona e che ha un peso fondamentale nella sicurezza dell’Occidente. Ma dire che un esercito europeo sia “prematuro” significa non vedere che la Nato stessa sarebbe più forte se avesse un pilastro europeo coeso, capace, dotato di una strategia comune. Il vero errore è ciò che abbiamo sempre fatto: presentarci nella Nato come una somma di piccoli Stati con voce limitata, invece che come un attore unico. Non si tratta di scegliere tra Europa e Nato: si tratta di dare alla Nato un’Europa più forte. E un’Europa più forte non nasce spontaneamente: nasce da un coordinamento politico e militare reale».
Il veto europeo continua a bloccare tutto. Come si può superare?
«Con l’Europa a più velocità. Non è un’invenzione accademica: è già accaduto con l’euro. Un gruppo di Paesi ha iniziato, altri hanno seguito. Oggi vale lo stesso principio: Francia, Germania, Spagna, forse Polonia e — lo spero — Italia possono costituire quel nucleo che avvia un cammino comune su esteri e difesa. Il resto verrà dopo. Ma qualcuno deve cominciare».
Lei vede nel ministro Crosetto una sensibilità affine su questi temi?
«Direi di sì. Nelle sue dichiarazioni sul ruolo della Nato, sull’importanza della coesione europea, ho sempre visto un approccio serio, e persino più maturo di quello che spesso emerge dal dibattito politico italiano. Quando si parla di difesa e politica estera serve continuità istituzionale, non propaganda. E questo, su questi temi, l’ho riscontrato.»
L’Europa è arrivata tardi sull’Ucraina. Lei lo vide da vicino. Perché accadde?
«Perché molte leadership europee erano convinte che la Russia si sarebbe fermata alla minaccia. Io allora ero nell’assemblea parlamentare della Nato: gli Stati Uniti ripetevano da mesi che l’attacco era imminente. In Europa prevaleva lo scetticismo. Quando l’invasione è arrivata, abbiamo reagito con unità e efficacia. Ma la lentezza iniziale ha pesato enormemente. Nel mondo di oggi, arrivare tardi significa perdere metà della partita.»
Lo stesso schema si è ripetuto sulla Groenlandia. Perché quel quadrante è così cruciale?
«Perché l’Artico è il nuovo centro del mondo che cambia: rotte, traffici, terre rare, competizione strategica. Russia, Cina, Stati Uniti ed Europa guardano tutti a quell’area. La Danimarca aveva lanciato un allarme giustissimo: un’azione non concordata sulla Groenlandia farebbe saltare la Nato. Eppure l’Europa ha esitato, come spesso accade quando c’è da leggere il futuro prima che arrivi. Ecco un altro esempio di ritardo che non possiamo più permetterci.»
Lei parla di un mondo “a velocità doppia”. Quanto pesa questa accelerazione?
«Pesa tutto. Le crisi oggi esplodono in settimane, non in anni. Le posizioni internazionali cambiano in giorni, a volte in ore. Chi è lento diventa irrilevante. L’Europa non deve seguire il caos: deve anticiparlo, deve capirlo, deve rispondere con fermezza. Non si tratta di diventare impulsivi: si tratta di diventare contemporanei al mondo reale.»
La preoccupa di più Trump o Putin?
«La risposta è netta: mi preoccupa la loro combinazione. Putin destabilizza militarmente l’Europa e continuerà finché troverà un continente diviso. Trump destabilizza politicamente e simbolicamente l’alleanza occidentale: mina la fiducia, indebolisce la coesione, e soprattutto legittima modelli autoritari presentandoli come “forza”. La fascinazione reciproca tra i due — quella immagine simbolica del tappeto rosso srotolato da soldati americani — è più rivelatrice di mille analisi.Non è questione di scegliere chi sia più pericoloso: è la loro interazione a rappresentare la minaccia maggiore.
La guerra, oggi, è prima di tutto cognitiva. Viene combattuta persona per persona, sui social, in tv. Che cosa dovrebbe fare l’Italia per difendersi davvero?
«Dovremmo iniziare col riconoscere l’evidenza: la guerra ibrida è già qui. L’abbiamo vista anche nel referendum costituzionale del 2016, nelle campagne d’influenza digitali, nei falsi profili che amplificano contenuti manipolati. L’abbiamo vista in Moldova, in Germania, in tutta Europa. I nostri servizi lavorano bene, ma manca una consapevolezza pubblica. Vorrei proporre una relazione parlamentare periodica sulla sicurezza cognitiva, come quella che si fa sulla giustizia: un appuntamento annuale, pubblico, trasparente. Ed è urgente. Abbiamo avuto in passato una relazione troppo disinvolta con la Russia: accordi politici, congressi, presenze, simboli. Erano altri tempi, e va detto. Ma oggi non possiamo essere ingenui. Il punto è che le leadership europee, e quelle italiane in particolare, non sembrano ancora pronte a vedere la portata strategica di questa trasformazione. E questo è pericoloso: perché la collocazione internazionale non è un tema tecnico, è identità politica. Un Paese viene giudicato anche da come sta nel mondo. E questo giudizio, ormai, arriva in tempo reale».
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