Fare il cronista nel 2026? «Serve più coraggio che tesserino». Il presidente dell’Associazione Stampa Romana — il sindacato dei giornalisti del Lazio, con segretario Stefano Ferrante, che aderisce alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana — racconta un mestiere che cambia pelle sotto i colpi delle querele temerarie. Con una battuta amara: «Di questo passo il giornale lo scriverà ChatGPT, mentre il cronista starà in tribunale».

Cosa significa oggi fare il giornalista?
«Una corsa a ostacoli. Devi schivare le fake news, verificare video generati dall’intelligenza artificiale, evitare le trappole della rete e magari pure scansare qualche aggressione in strada. Il paradosso è che l’unico antidoto alla tecnologia sembra il ritorno al cronista anni Settanta: scarpe consumate e taccuino in mano».

Altro che rivoluzione digitale: bisogna tornare sul marciapiede?
«Esattamente. Alla fine l’algoritmo non sostituisce il fiuto. Se vuoi capire una notizia devi tornare tra la gente, nei quartieri, davanti ai tribunali. Sarebbe quasi romantico, se nel frattempo non ti piovessere addosso minacce e querele».

E il quadro normativo?
«Siamo fermi alla legge del 1963. Una legge nata quando internet non esisteva, la rete nemmeno si immaginava e l’intelligenza artificiale sembrava fantascienza. È evidente che sia obsoleta. Ogni tanto qualcuno promette una riforma, poi tutto si arena».

Poi arrivano le querele temerarie, o meglio: intimidatorie.
«Che ormai sono diventate un pezzo del paesaggio. Certo, moltissime finiscono archiviate. Ma intanto il giornalista ha pagato avvocati, perso tempo, accumulato stress. È una forma di intimidazione elegantemente burocratica».

Una clava giudiziaria?
«Esatto. Il problema non è la querela giusta contro chi diffama dolosamente. Quella è sacrosanta. Il problema è usare la denuncia come manganello psicologico contro il cronista. Quattro querele temerarie e un freelance smette di scrivere. Non per paura della galera: per paura delle spese».

Eppure l’Europa aveva chiesto un adeguamento normativo.
«Sì, la direttiva anti-SLAPP, quella nata anche sull’onda dell’assassinio di Daphne Caruana Galizia. Però abbiamo superato le scadenze e siamo ancora qui a parlarne. In Italia arriviamo sempre trafelati quando c’è da difendere la libertà di stampa».

Le minacce online vanno prese sul serio?
«Assolutamente sì. E sono contento che colleghi minacciati come Nello Trocchia abbiano ottenuto protezione. Perché qualcuno continua a pensare che l’insulto digitale sia folklore. Non lo è. Quando ti arrivano minacce quotidiane, cambia il tuo modo di vivere e di lavorare».

Ossigeno per l’Informazione ha registrato un aumento delle querele temerarie.
«Novantatré casi nell’ultimo anno censito. Ed è un dato che allarma. Anche perché questi procedimenti spesso intasano inutilmente procure e tribunali per poi finire nel nulla».

Insomma, chi ci perde?
«Tutti. Il giornalista, il cittadino e perfino la giustizia. E alla fine succede una cosa grottesca: invece di scrivere notizie passiamo il tempo a raccogliere carte bollate. Di questo passo il giornale lo scriverà davvero l’intelligenza artificiale, mentre il cronista farà il pendolare tra aula di tribunale e studio legale».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.