Lunga vita al padiglione russo, ci interessa boicottare quello del “genocidio”. Particolarissime geometrie lagunari: la polemica tra il presidente Pietrangelo Buttafuoco e il quasi amico ministro della Cultura Alessandro Giuli ha infuocato il dibattito mediatico; la piazza, però, si anima solo sullo straripante feticcio: fuori i “sionisti”. Insomma, dai David di Donatello alle calli, lo stesso film. Così ieri la Biennale ha vissuto un’altra giornata ad alta tensione per l’inaugurazione blindatissima dello spazio dedicato a Israele: polizia e carabinieri in tenuta antisommossa e ingresso nel padiglione riservato agli invitati e a pochissimi giornalisti. Tra i Giardini e l’Arsenale va in scena l’ennesima sfilata organizzata da 113 lavoratori del settore dell’arte, riuniti nella sigla Anga (Art Not Genocide Alliance), con un concentramento partito nel pomeriggio nel sestiere Castello per giungere proprio a ridosso della struttura con la stella di David.

Una ventina di padiglioni aderisce alla serrata contro Israele; tra gli altri, quelli di Austria, Belgio, Polonia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Turchia, Finlandia, Olanda, Irlanda, Qatar e Regno Unito. Il messaggio è diffuso in mattinata: “I padiglioni rimangono chiusi per lo sciopero dei lavoratori della cultura contro la presenza degli israeliani e il genocidio ancora in corso in Palestina”. In piazza anche l’Arci: “Pensiamo che non sia più rimandabile una presa d’atto, da parte dei governi occidentali, della propria complicità morale, politica e culturale rispetto al genocidio in atto in Palestina”. Alla faccia del doppio standard (avversione alla Russia e occhio di riguardo per Israele) criticato dai pro-Pal, una levata di scudi del genere non ha mai sfiorato l’area riservata a Mosca e organizzata da società legate al Cremlino.

“Le proteste non aiuteranno i palestinesi”, commenta amaramente l’ambasciatore di Israele in Italia Jonathan Peled, presente all’inaugurazione. Il diplomatico manda messaggi distensivi: “Siamo qui per costruire ponti, non per fare discussioni o conflitti. Siamo qui per esprimere il nostro desiderio di coesistenza e di accettazione tra le persone e tra i popoli”. Poi, più netto: “Israele ha il diritto di esistere, di esprimersi e di essere qui in Italia, a Venezia, con tutti i popoli e tutti i Paesi”. Infine il sogno: “Continueremo a lottare per la nostra libertà e per la nostra sicurezza – conclude – e magari per arrivare un giorno anche alla pace con i nostri vicini”.

Per Belu-Simion Fainaru, l’artista che rappresenta lo Stato di Israele alla Biennale, è il momento di fare il punto su una vittoria. La sua opera Rose of Nothingness è stata riammessa ai premi dopo le dimissioni della giuria internazionale e la nascita dei Leoni dei Visitatori. L’artista israeliano aveva inviato una diffida formale per “discriminazione razziale” e “antisemitismo” alla Biennale, minacciando un ricorso fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo. “È stata una vittoria della libertà di espressione”, ha sottolineato Fainaru a proposito delle dimissioni. “Ogni artista ha il diritto di esprimere liberamente le proprie convinzioni e di mostrare la propria arte”. Per lui, la battaglia principale è già fatta: “Rivendico il diritto di essere un artista israeliano e un artista ebreo. Il mio gesto qui è semplice: esserci”.

A visitare i padiglioni nel pomeriggio, il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, unico esponente del governo visto da queste parti, dopo la rinuncia del ministro della Cultura Alessandro Giuli, in segno di protesta per il ritorno della Federazione Russa. “Ci sono 100 nazionalità diverse che partecipano, quindi visiterò il padiglione americano, il padiglione cinese, il padiglione italiano, il padiglione israeliano e quello veneziano. E, certamente, anche quello russo”, commenta il leader della Lega. Il paradosso resta tutto lì: la Russia divide i salotti culturali, Israele incendia le piazze. Altro che Biennale, molto più stimolante la “caccia” al sionista. Il fascino discreto del conformismo.