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Il grande pasticcio all’italiana sul padiglione russo alla Biennale. I putiniani ringraziano di cuore
Del padiglione russo ai Giardini della Biennale di Venezia, in programma dal 9 maggio al 22 novembre, sappiamo che pre-aprirà dal 6 all’8 maggio e poi chiuderà, o socchiuderà, dal 9 in poi, quando, pubblico non presente, vi saranno proiettati i video registrati, visibili solo dall’esterno, della performance che dà il titolo al padiglione, “L’albero radicato nel cielo”. A godersela dal vivo, nella pre-apertura, saranno solo i rappresentanti della stampa e scelti invitati. Sempre che, prima di allora, non emergano irregolarità nelle procedure che hanno portato al ritorno della Federazione russa a Venezia (sono incaricati di verificarlo gli ispettori inviati mercoledì scorso negli uffici della Biennale dal ministro della Cultura, Alessandro Giuli, con il plauso dell’Unione europea). Sembra un gran pasticcio, e lo è. Il titolo poetico, ispirato a Simone Weil, non salva la faccia a un’operazione che si sta rivelando inquietante e tartufesca, e l’unico albero che fa venire in mente è quello della cuccagna, a esclusivo vantaggio di putiniani effettivi e di complemento.
Il redivivo padiglione russo a Venezia suona come un grande sberleffo alle sanzioni dell’Unione europea, quelle che anche le istituzioni culturali indipendenti, come rivendica di essere la Biennale, dovrebbero rispettare. È proprio il presidente Pietrangelo Buttafuoco a firmare nel marzo del 2025 un Memorandum, controfirmato a nome del ministro della Cultura dall’ambasciatore russo in Italia, Alexey Paramonov, in vista dell’organizzazione di “attività educative” nel padiglione russo. La breccia è aperta. Prima ancora, nel dicembre 2024, l’ex ministro della Cultura e oggi rappresentante speciale di Putin per la cooperazione culturale internazionale, Mikhail Shvydkoy, aveva espresso in una lettera a Buttafuoco il più vivo compiacimento per l’occasione offerta dalla Biennale alla Russia, e indicava come commissaria per il padiglione Anastasia Karneeva. Titolare della società moscovita SmartArt, che è stata incaricata dell’allestimento del padiglione, Karneeva è figlia del gestore in capo del gruppo di imprese belliche della Federazione, Nikolai Volobuev, nonché socia, nella stessa SmartArt, di Ekaterina Vinokurova, figlia del ministro degli Esteri russo, Lavrov. Due operatrici culturali non proprio estranee alla nomenklatura, insomma, delle quali è evidente l’appartenenza al primo cerchio dell’entourage putiniano. Sarebbe, del resto, ingenuo immaginare che, da quelle parti, le cose possano funzionare diversamente.
Sta di fatto che, in un incalzante scambio di missive tra Venezia e Mosca, prende forma in poco più di un anno un bel pacco confezionato con la luccicante carta del dialogo, dell’inclusività, della cultura prima di tutto, quella che unisce i popoli nelle loro diversità. Scopriamo che tante simpatiche soluzioni a quei noiosi problemi di visti difficili da ottenere, e molta felpata elusione di altre conseguenze delle sanzioni, nascono da scoppiettanti ping pong di idee, con grandi complimenti e apprezzamenti reciproci. Nulla di strano, quando rapporti tra il formale e l’amichevole coinvolgono persone che lavorano con gli stessi scopi. Stavolta però gli scopi finiscono per coincidere con l’offerta su un vassoio d’argento di spazio e credibilità agli emissari cultural-politici della Russia putiniana.
Nel 2024 le sanzioni europee avevano scoraggiato la partecipazione della Russia, che aveva offerto lo spazio del padiglione alla Bolivia, mentre nel 2022 erano stati curatori ed espositori del padiglione a ritirarsi, in aperta opposizione all’aggressione di Putin all’Ucraina, avvenuta pochissimo tempo prima. Oggi alcuni dei protagonisti de “L’albero radicato nel cielo” (Artem Nikolaev, Ilya Tatakov, Valeria Oleinik) sono indicati dall’Ucraina come propagandisti e sostenitori dell’“operazione speciale” putiniana, mentre accuse analoghe coinvolgono anche Roman Malyavkin, Dariya Khrisanova, Zhanna Gefling, tutti in gita premio a Venezia. È più che comprensibile, a questo punto, l’entusiasmo espresso in un’intervista ad ARTnews (uscita il 3 marzo, prima della stessa conferenza stampa con cui la Biennale avrebbe annunciato la riapertura del padiglione russo) dal sunnominato rappresentante speciale Mikhail Shvydkoy. Per lui il ritorno della Russia a Venezia è chiaramente la “prova che la cultura russa non è isolata e che i tentativi di cancellarla, attuati negli ultimi quattro anni dalle élite politiche occidentali, non sono riusciti”. Ecco, abbiamo capito a che serve il padiglione russo alla Biennale.
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