Marta Vincenzi, sindaca di Genova dal 2007 al 2012, dirigente politica di lungo corso, prima nel Pci e poi nel Pd, osservatrice attenta delle dinamiche politiche, analizza senza infingimenti rischi e opportunità della spinta sull’attuale sindaca genovese, Silvia Salis.

Genova oggi: che città vede, da ex sindaca?
«Io credo di averlo sempre detto: gli ex è meglio che stiano zitti. Però, proprio da ex, dico che un anno è poco per vedere cambiamenti veri. Su come si sta trasformando la città, mi astengo ancora per un po’. Il primo bilancio non è mai tuo, ma di chi ti ha preceduto».

Sta dicendo che è troppo presto per giudicare l’attuale amministrazione?
«Sì. La macchina comunale è complessa. Il primo anno è sempre un problema, soprattutto per chi non ha avuto esperienza. E vale per chi ne ha avuto. Però dare responsabilità sempre e solo ai predecessori non va bene e alla lunga diventa stucchevole. Serve comunque tempo per capire davvero dove si può intervenire».

Come interpreta lo stile della sindaca Salis?
«Forse perché interpreta questa sua difficoltà iniziale, Salis interpreta questo suo ruolo quasi da ambasciatrice globale della città. Un “brand ambassador”, diremmo oggi. È una cosa nuova, mai vista a questi livelli, che nessun sindaco di Genova – anche di grande livello – aveva mai avuto come impatto mediatico nazionale ed è certamente un bene per Genova. Serve per la città, e anche per coprire quello che in città non è cambiato e che non sta cambiando».

Una leadership più comunicativa che politica?
«Per adesso, a me pare che questa immagine di una donna così bella, così giovane, certamente intelligente, possa giovare alla città. Diciamo che oggi la politica appare meno faticosa di un tempo. Noi parlavamo di politica fatta di “sangue e merda”, per dirla con le parole di Rino Formica. Di gavetta. Oggi questa dimensione della fatica della politica sparisce dal racconto pubblico. Non so se sia un bene».

C’è il rischio di una politica più narrativa che sostanziale?
«Spesso si raccontano attacchi, si indulge nel ruolo di vittima. Non parlo di lei, ma in generale. Ma la fatica, la passione concreta della politica, quella si vede meno. E invece è fondamentale. Spero che Salis faccia il sindaco, come proiezione dei prossimi anni».

Lei la vede come figura federatrice del campo largo?
«No. Non la vedo come federatore e mi dispiacerebbe se prendesse quella direzione. Ha appena assunto una responsabilità importante: deve governare Genova. Questo viene prima di tutto».

E sul piano politico nazionale?
«Io guardo i numeri. Salis ha una formazione liberaldemocratica. A Genova ci sono 50 mila elettori che non votano e che potrebbero essere intercettati. Sono gli elettori che hanno votato No, quelli che dicono di no alla guerra. È lì che si gioca la partita vera, per ampliare la platea del consenso: mondi interi a cui chiedere il voto e che forse non si rivedono in una candidatura liberaldemocratica».

Un giudizio sulla competizione interna alla sinistra?
«Trovo brutto contrapporre una donna a un’altra. Penso a Elly Schlein: si è fatta un lavoro enorme in questi anni. Serve rispetto, non competizione sterile».

Le primarie restano uno strumento valido?
«Assolutamente sì. Sono un rito fondativo e appartengono alla storia del Pd. Sono una mobilitazione di massa che permette di parlare a chi altrimenti non raggiungeresti. Sputarci sopra è un errore».

Come avrebbe risposto, se fosse Silvia Salis, alla domanda su un possibile futuro nazionale?
«Avrei detto: sono qui da undici mesi, adesso devo amministrare Genova. Per rispetto dei cittadini. Poi, alla fine del mandato, si giudicherà. E solo allora si vedrà se ci sono le condizioni per fare altro».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.