È tradizione che il Primo maggio a Palazzo Chigi si lavori. Così sarà anche quest’anno, quando il Consiglio dei ministri varerà il Decreto lavoro. Il terzo del governo Meloni. Il provvedimento viene discusso già oggi dall’esecutivo e prevede interventi sulla proroga degli incentivi per le assunzioni degli under 35 e dei giovani e delle donne nelle Zes. Tuttavia, lascia fuori il salario giusto ed equo e la rappresentanza.

L’esclusione ha suscitato malumori da parte delle forze sociali. Il governo fa quello che può. La mancata uscita dalla procedura di infrazione e il contesto geopolitico limitano le risorse. E il decreto in questione vale circa 800 milioni di euro. Con l’aggiunta dei soldi per il piano casa e la proroga del taglio delle accise, si supera il miliardo. Prima ancora di parlarne con Giorgia Meloni, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, viene audito sempre oggi dalle Commissioni congiunte del bilancio. Sul tavolo c’è anche il Documento di finanza pubblica, ispirato da un inevitabile pessimismo.

C’è chi pretende di avere le soluzioni in tasca. La Lega ha sfoderato di nuovo l’abbandono del Patto di stabilità. L’idea è stata rispedita al mittente dal presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, certo non vicino all’opposizione. «Derogare semplicemente al Patto di stabilità, in un Paese particolarmente indebitato come il nostro, ma anche come la Francia e la Spagna, ci mette in una forma di concorrenza europea con quei Paesi che il debito lo hanno meno rilevante», ha detto il numero uno di quell’associazione di categoria che ha spesso dato il tempo all’esecutivo. L’Europa ha le sue rigidità. Ma bisogna stare alle sue regole. Le uscite dai ranghi non portano a nulla. Soprattutto per chi, come noi, ha l’economia con il fiato corto.

Se proprio bisogna prendersela con Bruxelles, lo si faccia tutti insieme. Non si può nemmeno pensare che sia tutta un’emergenza. La crisi di Hormuz non è come il Covid e non si affronta con altri «pannicelli caldi», per dirla alla maniera di Paolo Agnelli, Presidente di Confimi Industria, in merito al pacchetto “Accelerate Eu” presentato dalla Commissione Ue per contrastare il caro-energia. Voucher e aiuti di Stato non servono a nulla quando in gioco è la sopravvivenza del sistema produttivo europeo. Le stesse perplessità valgono per lo scostamento di bilancio. Meloni non lo esclude a priori, ma sottolinea la necessità di tenere i conti in ordine. Vero risultato del suo governo. Al contrario, c’è fiducia per il piano Transizione 5.0, annunciato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Il provvedimento sarà operativo entro fine maggio con risorse complessive di 9,8 miliardi di euro e un orizzonte fino a settembre 2028. Dopo le incertezze e le polemiche di questi mesi, questa è la volta buona.

Al netto della scadenza simbolica, è probabile che venerdì il governo si riunirà con un umore più grigio di quello sperato. È l’ultimo Primo maggio prima dell’avvio della campagna elettorale. Forse anche l’ultimo in assoluto di questa legislatura. Dopo gli interventi nel 2023 e 2024, Giorgia Meloni ci teneva a far bella figura. Puntava a una ripresa di rotta dopo le strambate di queste ultime settimane. D’altra parte, non può permettersi manovre repentine all’insegna del “dagli all’Europa!”. La sintonia con il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e quella ritrovata (forse) con il presidente francese, Emmanuel Macron, le suggeriscono di restare in quel pacchetto di mischia che critica pure Bruxelles, ma con disciplina. Del resto, c’è ancora la carta della manovra. Dopo l’estate, a condizioni internazionali più stabili, si potrà davvero essere più flessibili. Magari.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).