La Lega è davvero a un bivio. Nei partiti di massa della Prima Repubblica, davanti a una battuta d’arresto elettorale, i segretari liquidavano spesso il problema parlando di «crisi di crescita». Un alibi che Matteo Salvini non può permettersi di utilizzare. Il dibattito che attraversa il partito di via Bellerio procede infatti a strappi, senza una vera direzione politica.

L’unica novità emersa dalle recenti riunioni federali è stata la proposta di Luca Zaia: una sorta di sdoppiamento organizzativo della Lega, sul modello tedesco della CDU e della CSU bavarese. In sostanza, una struttura autonoma del Nord, guidata dall’ex governatore del Veneto, con ampi margini decisionali, compresa la formazione delle liste elettorali. Una prospettiva che Salvini guarda con sospetto, consapevole che Zaia finirebbe per disporre di un potere politico persino superiore al suo. La crisi leghista, tuttavia, meriterebbe un’analisi più profonda. Non basta discutere di assetti organizzativi. Occorrerebbe interrogarsi sulle ragioni della parabola discendente di un partito che, sotto la guida di Salvini, ha conosciuto due straordinarie ascese e altrettanto clamorose cadute.

Salvini, eletto segretario federale ancora giovane ma già forte di una significativa esperienza amministrativa e parlamentare, trasformò la Lega in una forza nazionale. Alle elezioni europee del 2019 raggiunse il 34,3% dei voti, diventando il primo partito italiano. Quel patrimonio politico, però, fu dissipato rapidamente. La decisione di aprire la crisi del primo governo Conte nell’estate del 2019, con l’obiettivo di capitalizzare il consenso e andare a elezioni anticipate, si rivelò un errore strategico di enormi proporzioni. Da quel momento iniziò un lento ma costante declino. Nel tentativo di distinguersi all’interno della coalizione guidata da Giorgia Meloni, Salvini ha puntato soprattutto sui temi della sicurezza e dell’immigrazione, con una proposta politica sempre più identitaria. Sul piano internazionale, inoltre, la sua collocazione è apparsa spesso ambigua, oscillando tra simpatie per il mondo sovranista filo putiniano europeo e rapporti controversi con figure come Putin e Trump.

L’ultimo errore fatale è stato l’investimento politico su Roberto Vannacci. Candidato capolista alle europee in tutte le circoscrizioni, eletto con circa mezzo milione di preferenze, il Generale fu rapidamente promosso a vicesegretario federale. Una scelta che ha finito per rafforzare un potenziale concorrente. Oggi Vannacci ha intrapreso un proprio percorso politico e punta a intercettare una parte dell’elettorato del M5S e della destra, Lega compresa. C’è chi, come Giancarlo Giorgetti, ritiene che per rilanciare il partito Salvini dovrebbe tornare al Viminale, recuperando quella centralità politica che ebbe durante il governo gialloverde. E poi le due inchieste giudiziarie: il ponte sullo Stretto e le Olimpiadi Milano-Cortina.

Ma il problema della Lega è più profondo e riguarda la sua identità. Fu proprio Salvini a cambiare pelle al movimento fondato da Umberto Bossi. La Lega Nord dell’autonomismo padano, dell’Alberto da Giussano e del federalismo lasciò progressivamente spazio a una Lega nazionale, radicata anche nel Mezzogiorno. Il paradosso è che mentre Salvini andava alla conquista del Sud, sotto la spinta dei governatori del Nord, faceva approvare l’autonomia differenziata. Una trasformazione che consentì al partito di espandersi elettoralmente, ma che al tempo stesso ne modificò profondamente la natura originaria.

La Lega di Bossi era stata un laboratorio politico singolare. Al suo interno convivevano culture diverse, accomunate dalla critica al centralismo dello Stato. Il principale punto di riferimento teorico fu Gianfranco Miglio, sostenitore di una profonda riforma federale dell’Italia. Bossi ebbe il merito di costruire un movimento capace di formare una classe dirigente amministrativa di qualità e di radicarsi stabilmente nei territori. Dopo la sua uscita di scena, segnata dagli scandali e dalle lotte interne, la Lega ha progressivamente smarrito quella vocazione territoriale che ne aveva costituito la forza. Oggi il partito si trova stretto tra la leadership di Meloni, le ambizioni di Zaia e la concorrenza di Vannacci. E la domanda resta aperta: la Lega vuole tornare a essere il partito delle autonomie o continuare a inseguire una difficile vocazione nazionale? Da questa risposta dipenderà il suo futuro politico.