Esteri
La Russia pianifica il riarmo post-bellico per sfidare l’UE
Mentre l’attenzione delle cancellerie occidentali e dei media internazionali rimane inevitabilmente concentrata sull’evoluzione immediata del conflitto sul campo, gli analisti di geopolitica e difesa invitano a guardare oltre l’orizzonte immediato dell’Ucraina, delineando uno scenario futuro in cui la Russia si confermerà il pericolo principale per la sicurezza continentale. In una recente analisi, l’esperto di studi militari Michael Kofman ha evidenziato come, pur dovendo fare i conti con un’economia strutturalmente stagnante, un quadro demografico critico e un regime autoritario in via di progressiva ossificazione, Mosca rimanga la maggiore potenza dotata sia delle capacità materiali sia del chiaro interesse strategico per sovvertire l’architettura di sicurezza europea.
Il nodo centrale dell’analisi non riguarda se la Russia ricostruirà le proprie forze armate al termine delle ostilità, ma il quando e con quali modalità. Le tendenze strategiche attuali suggeriscono infatti che l’apparato militare russo sarà in grado di riorganizzarsi e tornare a rappresentare un livello di minaccia primaria molto più rapidamente rispetto alle previsioni formulate nel 2022. I tempi stimati oscillano tra i cinque e i sette anni, con la possibilità concreta che il Cremlino possa impiegare la forza in modo mirato o coercitivo per fare pressione su Kyiv o sui Paesi del fianco est della Nato già a ridosso della conclusione del conflitto.
Una simile tempistica appare estremamente stretta per gli standard tradizionali della pianificazione della difesa occidentale. La forza armata che emergerà da questo processo non sarà una semplice copia di quella prebellica, ma un’istituzione in profonda transizione, numericamente più consistente, integrata da una massiccia produzione industriale interna, da un maggior numero di formazioni di droni e da un potenziamento delle capacità di attacco a lungo raggio. Sebbene nel breve periodo Mosca possa conservare debolezze strutturali, l’obiettivo a lungo termine sarà quello di superare la guerra di posizione e le difese trincerate viste nell’ultimo biennio per riacquisire la capacità di condurre manovre offensive su vasta scala, mantenendo la tradizionale centralità della potenza di fuoco e dell’artiglieria.
Come evidenziato anche da esperti del Carnegie Endowment for International Peace come Dara Massicot, la ricostituzione militare non va calcolata unicamente sul mero ripristino dei numeri di personale e dei veicoli persi, bensì sul ripristino graduale delle funzioni operative, dell’addestramento e della prontezza al combattimento. Questo dibattito ha trovato una forte eco anche nelle analisi della diplomazia e della politica europea: in Italia, ad esempio, l’ambasciatore e senatore Giulio Terzi ha più volte richiamato l’attenzione sulla necessità di non cedere al compiacimento di fronte alle scarse prestazioni mostrate inizialmente da Mosca, sottolineando come la ristrutturazione delle forze russe rappresenti un mutamento sistemico. Un allarme rilanciato da Caserta anche dal leader di Azione, Carlo Calenda, il quale ha indicato esplicitamente i Paesi baltici come il probabile prossimo obiettivo della minaccia di Putin.
In questo contesto, le cancellerie euroatlantiche sono chiamate ad abbandonare l’illusione che la minaccia russa possa essere accantonata o interamente delegata alla singola gestione dei Paesi europei. Un confronto pragmatico sulla deterrenza e sul futuro della difesa collettiva appare indifferibile, poiché la capacità del Cremlino di minacciare il territorio dell’Alleanza e di minarne la coesione interna rimarrà una variabile strategica ineludibile per l’intero decennio a venire.
© Riproduzione riservata





