L'intervista
Intervista a Fabrizio W. Luciolli: “Gli europei investano di più restando all’interno della Nato”
«Un’Europa più forte e responsabile può esistere solo dentro la Nato». È questa la tesi di Fabrizio W. Luciolli, presidente del Comitato Atlantico Italiano e già presidente dell’Atlantic Treaty Association (2014-2020).
Come è cambiata l’Alleanza Atlantica dopo il vertice di Ankara?
«La Nato non cambia missione, ma baricentro. Con Ankara si entra in una fase Nato 3.0: dopo la deterrenza della Guerra Fredda e il lungo ciclo del crisis management, oggi l’Alleanza rinnova il tradizionale impegno per la difesa collettiva, però con una diversa ripartizione delle responsabilità. Gli Alleati europei e il Canada dovranno assumere progressivamente i compiti di difesa convenzionale del continente, mentre gli Stati Uniti continueranno a garantire deterrenza nucleare, capacità strategiche e superiorità tecnologica. È il passaggio dal burden sharing al burden shifting: non meno America in Europa, ma un rapporto transatlantico più maturo ed equilibrato».
Ciò cosa comporta per gli Alleati?
«Trump ha posto una domanda che gli europei non possono più rinviare: mentre gli Usa sono chiamati ad affrontare le sfide che provengono dal Pacifico, l’Europa è pronta ad assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza? Ankara rappresenta la prima risposta concreta. Gli europei dovranno investire di più, produrre di più e decidere più rapidamente, restando però pienamente all’interno della Nato. L’obiettivo non è sostituire gli Stati Uniti, ma renderli un partner ancora più forte con Alleati più credibili».
La sicurezza atlantica quindi non passa più solo dal «quanto», ma anche dal «come» e dal «dove»?
«È la vera novità del Vertice. Il tema non è più soltanto raggiungere il 5% del PIL, ma trasformare rapidamente le risorse in capacità operative. Per questo Ankara ha posto al centro il Defence Industry Forum e la nuova Strategia Nato per la cooperazione con l’industria (SYNC). Come ha ricordato l’Ammiraglio Cavo Dragone, money does not deter, capability deters. La deterrenza dipenderà sempre più dalla velocità con cui innovazione, ricerca, Intelligenza Artificiale e capacità produttiva verranno trasformate in sistemi disponibili per le Forze Armate».
Lei parla in tal senso di «Made in Nato»…
«Sì, ma attenzione: ciò non significa comprare americano. Significa costruire una filiera industriale transatlantica fondata su innovazione, interoperabilità e coproduzione. Ad Ankara sono stati annunciati oltre 50 miliardi di dollari di nuovi programmi, ma molti riguardano anche industrie europee: dal GlobalEye svedese all’Airbus A400M, fino a numerose iniziative di produzione congiunta. È naturale che governi come quello italiano intendano investire e valorizzare le rispettive basi industriali nazionali. La sfida sarà conciliare il rafforzamento dell’industria europea con una cooperazione transatlantica che resti realmente competitiva».
E come si concilia con gli appelli a una Difesa comunitaria?
«Il pilastro europeo di sicurezza è una necessità strategica, purché sia costruito dentro la Nato e non come una ridondante struttura parallela. Una Difesa europea separata rischierebbe duplicazioni, dispersione di risorse e indebolimento della deterrenza. Al contrario, un’Europa più forte militarmente rafforza l’intera Alleanza. Il vero obiettivo è una Nato più europea nelle responsabilità e sempre pienamente transatlantica nella strategia».
Alla luce dei recenti attacchi cognitivi di Russia e di gruppi islamisti agli occidentali, come affrontare le sfide della guerra ibrida?
«La deterrenza oggi non si esprime soltanto con missili e brigate corazzate. Cyberattacchi, sabotaggi, disinformazione, interferenze politiche e pressione sulle opinioni pubbliche sono parte integrante della competizione strategica. Per questo il 5% riguarda anche resilienza, infrastrutture critiche e innovazione. La Russia rappresenta la minaccia di lungo periodo, ma le campagne di manipolazione dell’informazione e la radicalizzazione jihadista mirano entrambe a indebolire la coesione democratica. Anche durante la crisi degli euromissili Mosca cercò di dividere le società occidentali. Oggi gli strumenti sono molto più sofisticati».
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