Le sentenze si rispettano. Sempre. Ma proprio perché si rispettano, possono essere discusse. È questo il senso di uno Stato democratico, nel quale la giustizia non deve soltanto essere applicata correttamente, ma anche riuscire a trasmettere ai cittadini un senso di equilibrio e di proporzione. La condanna a circa 15 anni inflitta al gioielliere Mario Roggero riapre una domanda destinata a dividere l’opinione pubblica: il nostro sistema sanzionatorio riesce ancora a distinguere adeguatamente tra chi aggredisce e chi, pur superando il limite imposto dalla legge, reagisce dopo aver vissuto un’esperienza traumatica?

La decisione su Mario Roggero

La Cassazione ha chiarito che Roggero non è stato condannato per aver difeso sé stesso e la propria famiglia durante la rapina, bensì per aver inseguito e ucciso due dei rapinatori quando, secondo i giudici, il pericolo immediato era ormai cessato. Questo è il presupposto giuridico della sentenza e va rispettato. Ma accanto al diritto esiste anche la dimensione umana. Pochi minuti prima, lui e i suoi familiari erano stati minacciati con le armi, terrorizzati e costretti a vivere attimi che nessuno vorrebbe mai conoscere. In quei momenti paura, adrenalina e istinto possono alterare profondamente la capacità di valutare ciò che accade. È facile analizzare quei secondi con il senno di poi; molto più difficile è viverli. Ed è proprio qui che nasce il confronto con un’altra vicenda che ha segnato la cronaca giudiziaria italiana.

Salvatore Parolisi il confronto con il delitto di Melania Rea

Salvatore Parolisi è stato condannato in via definitiva a 20 anni di reclusione per l’omicidio della moglie Melania Rea, un delitto efferato che sconvolse il Paese e che rappresenta uno dei casi simbolo della violenza contro le donne. È inevitabile che molti cittadini si pongano una domanda: è davvero proporzionato che tra un omicidio maturato nell’ambito familiare e una reazione illegittima avvenuta pochi istanti dopo una rapina armata la differenza di pena sia di appena 5 anni? Attenzione: non significa sostenere che Roggero dovesse essere assolto. Lo Stato di diritto non può accettare che ciascuno si faccia giustizia da sé. Ma proprio lo Stato di diritto dovrebbe essere capace di graduare le pene in modo da rendere evidente la diversa natura delle condotte, delle motivazioni e del contesto nel quale maturano.

La giustizia non vive soltanto di codici e articoli

La giustizia non vive soltanto di codici e articoli. Vive anche della fiducia dei cittadini. E quella fiducia rischia di incrinarsi quando il comune sentimento fatica a comprendere la proporzione tra pene così vicine per fatti che appaiono profondamente diversi sul piano umano, morale e sociale. Forse il vero tema che questa sentenza consegna al dibattito pubblico non riguarda soltanto Mario Roggero. Riguarda il difficile equilibrio tra legalità e giustizia sostanziale, tra rigore della legge e comprensione della natura umana. Perché uno Stato forte non è quello che rinuncia al diritto, ma quello che riesce ad applicarlo senza perdere di vista il principio della proporzionalità. Ed è proprio su questo principio che oggi una parte consistente dell’opinione pubblica chiede una riflessione seria, libera da slogan e da ideologie.