Le grane di Bibi
Elezioni Israele, Netanyahu al lavoro sulle liste del Likud: candidati moderati, unitari e internazionali
Anche Israele ha un problema di liste bloccate. O meglio, la grana riguarda unicamente Bibi Netanyahu e il Likud. In vista delle elezioni del prossimo 27 ottobre, il partito del premier ha indetto le primarie. Erano in agenda il 4 agosto. Ma sono slittate al 17. Il comitato centrale non ha ancora trovato un accordo sulla proposta di Netanyahu di riservarsi otto posti nella lista elettorale. Appunto una lista bloccata, con quattro nella prima decina di candidati e altri quattro nella seconda decina. «Per capire la questione bisogna considerare il contesto generale». Sharon Nizza, analista politica e giornalista di base a Tel Aviv, collega la vicenda ai sondaggi che danno al Likud 23 seggi. Channel 14 dice perfino 33 seggi. In uno scenario generale in cui l’attuale opposizione incasserebbe 62 dei 120 seggi della Knesset. «Statuto e previsioni alla mano, le otto candidature richieste da Netanyahu sono tantissime. Il suo partito però non vuole concedergli un potere così ampio nella composizione della lista».
A dispetto delle apparenze, le ragioni del premier non sono personalistiche. Anzi. «Netanyahu teme che se tutti i candidati fossero scelti dalla base dei 4.500 iscritti, a passare sarebbero le correnti più populiste o divisive». L’esempio che fa Nizza è quello di Tali Gottlieb, nota per le posizioni provocatorie e controverse. «Netanyahu vorrebbe utilizzare quei posti riservati per garantire l’elezione di ministri, parlamentari di fiducia oppure personalità esterne utili a rafforzare l’immagine del partito e dare un messaggio di unità nazionale». Nomi coperti. Ma si ipotizzano un familiare degli ostaggi del 7 ottobre e Yoseph Haddad, attivista arabo-israeliano, cristiano ed ex militare dell’esercito israeliano. «Si dice però che Haddad possa fondare un proprio partito, con poche possibilità di superare lo sbarramento del 3,25%».
Bibi mira a profili dalla forte carica unitaria e nazionale e di peso internazionale. In particolare, per suscitare l’interesse dell’Amministrazione Usa. «Washington gradirebbe un governo israeliano alleggerito delle sue componenti più radicali», aggiunge Nizza. Il punto nevralgico è la normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita. Tuttavia, un accordo con Riad richiederebbe un’apertura di Israele sulla questione palestinese. «Credo però che questa campagna elettorale si concentrerà quasi soltanto sui temi della politica interna». È significativo infatti che l’altro grande competitor di Netanyahu, Gadi Eisenkot, intervistato da Channel 12, abbia parlato quasi soltanto di interni e del premier uscente. «Ma fa ancora più riflettere che non gli venisse chiesto nulla sulla sua visione strategica e sui principali dossier regionali». Gaza, Libano, Cisgiordania, per restare sulle questioni note.
E dal Likud si passa agli scenari sulla futura coalizione. «Netanyahu dice sempre più spesso di voler formare un governo di ampia alleanza nazionale, in grado di affrontare le riforme interne rinviate da tempo». Il sistema giudiziario è in pole position. Per lui come per il rivale Yair Lapid. «Già nel 2022 si sarebbe potuti arrivare a un compromesso. Ma l’opposizione ha scelto di boicottare il percorso facendo saltare le trattative, a causa dell’aggressività e della divisività con cui il governo uscente ha scelto di presentare la riforma». C’è poi la commissione d’inchiesta sul 7 ottobre. Problema rovente che «richiederebbe il più ampio consenso possibile. Ma neppure su questo si è giunti a un accordo». Nel frattempo, ieri, la Knesset si è sciolta. Il Paese è ufficialmente in campagna elettorale. Mazal tov!
© Riproduzione riservata







