Le Ragioni di Israele
Israele compatto contro l’accordo di Trump: dopo Netanyahu, chiunque difenderà il Paese
Venerdì 19 giugno, a Ginevra, in Svizzera, potrebbe essere firmato il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran. Così Donald Trump ha festeggiato il suo 80esimo compleanno a Washington con una mega kermesse. L’autonomia strategica di Israele, dopo il clamoroso voltafaccia, o più appropriatamente il tradimento, è diventata non solo necessaria ma vitale. È un processo che Israele ha già avviato, ma che deve accelerare e trasformare nella sua priorità assoluta. Una dinamica iniziata da Netanyahu, con l’obiettivo di rendere il Paese autosufficiente sul piano militare e non più dipendente dalle decisioni di Washington.
Chiunque verrà dopo di lui, nel caso in cui Bibi dovesse perdere le prossime elezioni, ipotesi tutt’altro che improbabile, non avrà altra scelta che proseguire sulla stessa strada. Ben-Gvir, dopo la gaffe della Flotilla, per la seconda volta in pochi giorni ha espresso concetti in modo ruvido e grossolano, ma non per questo meno veritieri. Prima ha criticato l’Italia, definendola ormai lo Stato degli infradito e non più quello dello stivale. Poi ha respinto l’accordo tra Stati Uniti e Iran, ricordando che Israele non è una repubblica delle banane che prende ordini da Trump. Israele è estraneo all’intesa e deve decidere autonomamente le proprie azioni. Non deve ritirarsi dal Libano perché l’accordo tra Washington e Teheran lo prevede. Ben-Gvir sostiene che Israele debba continuare a colpire Dahiyeh, roccaforte di Hezbollah nel quadrante meridionale di Beirut, dove nei giorni scorsi l’Idf ha colpito un centro di comando dell’organizzazione e non abitazioni civili, come sostenuto da più parti.
Il governo, per bocca del ministro della Difesa Katz, ha espresso lo stesso concetto, facendo sapere a Trump di non ritenersi vincolato dalle clausole sull’assetto del Libano contenute nell’accordo. Katz ha assicurato che l’Idf rimarrà nelle zone di sicurezza nel Libano meridionale, considerate un cuscinetto strategico vitale, così come manterrà le proprie posizioni in Siria e a Gaza. Il 7 ottobre non può ripetersi. La sicurezza della popolazione del nord di Israele viene considerata un interesse nazionale superiore, sul quale non possono esserci deroghe.
Ma è l’intera società israeliana a guardare con incredulità a questa intesa. La sensazione diffusa non è soltanto quella del tradimento. È anche quella di essere, ancora una volta, merce di scambio sacrificabile in nome di interessi ritenuti superiori. Molti pensavano di avere in Trump un alleato affidabile. Oggi scoprono che, quando gli interessi strategici cambiano, Israele può essere messo in secondo piano. L’altro giorno il presidente americano ha minimizzato il lancio di droni e razzi di Hezbollah contro Israele, che ha provocato la successiva risposta dell’Idf a Beirut. Per Trump, questi episodi sembrano ormai rientrare in una sorta di normalità regionale, insufficiente a giustificare una reazione militare di ampia portata. A dire il vero, un segnale era già arrivato con l’accordo separato concluso dagli Stati Uniti con gli Houthi, che garantiva l’immunità agli interessi americani ma non a quelli israeliani.
Il mondo politico israeliano, già surriscaldato dalla campagna elettorale, è in subbuglio. Esiste un consenso trasversale contro questa intesa, accompagnato da critiche all’approccio seguito da Netanyahu nei confronti di Trump. Gadi Eizenkot, ex capo di Stato maggiore e leader del nuovo partito Yashar, in forte crescita nei sondaggi, ha definito l’accordo un grave errore perché non affronta le questioni centrali del programma nucleare iraniano, dei missili balistici e dei proxy regionali di Teheran. Anche Naftali Bennett, possibile futuro primo ministro israeliano, ha attaccato la strategia perseguita da Netanyahu contro il regime iraniano, sostenendo che abbia trascinato Israele in una guerra lunga e logorante su più fronti, con pesanti conseguenze sulla coesione interna del Paese. Bennett ha comunque riconosciuto che Israele sta attraversando un momento esistenziale che richiede una svolta politica.
In questo scenario esiste però anche un elemento positivo. Lo scollamento tra Trump e Netanyahu ha rafforzato in molti israeliani la consapevolezza della propria forza. La convinzione è che oggi non esista alcun rivale regionale in grado di mettere realmente in discussione la superiorità militare israeliana. E che, di conseguenza, Israele debba imparare a fare affidamento prima di tutto su sé stesso per difendere i propri interessi e la propria sicurezza.
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