Le Ragioni di Israele
L’Idf avanza in Libano contro Hezbollah, ma Erdoğan e Trump mettono Netanyahu nel mirino
Nottata pirotecnica quella tra martedì e mercoledì tra Stati Uniti e Iran, con diversi teatri di guerra simultanei nella regione. Trump non ha tollerato l’abbattimento, da parte dei Pasdaran, di un elicottero Apache americano lunedì, precipitato poi in Oman e fortunatamente senza conseguenze per i due membri dell’equipaggio. L’Amministrazione americana ha preannunciato che, nonostante le trattative con il regime iraniano procedessero benissimo, non poteva esimersi da una ritorsione militare. E così è stato. Gli Usa hanno colpito Bandar Abbas, e la tv iraniana ha dichiarato che sono stati colpiti due serbatoi idrici vicino a Sirik, causando l’interruzione delle forniture di acqua potabile nella zona circostante. L’Iran ha risposto attaccando obiettivi presumibilmente americani in Kuwait e Bahrein.
Israele, nonostante la contrarietà del presidente Trump, continua la sua offensiva militare nel Libano meridionale, colpendo centri di comando e arsenali militari. Martedì c’è stato un tentativo di infiltrazione terroristica in territorio israeliano tra Misgav Am e Manara. I due terroristi di Hezbollah infiltratisi in Israele sono stati eliminati dall’Idf. La base aerea di Ramat David è stata danneggiata dall’attacco missilistico iraniano di lunedì, che fortunatamente non ha provocato vittime. Nel frattempo, in Libano, un paracadutista francese di 21 anni è morto accidentalmente durante un’esercitazione alla quale partecipava dal primo giugno, nell’ambito di una missione militare di supporto alle forze armate libanesi in qualità di istruttore di combattimento.
Trump, dopo gli ultimi tumultuosi colloqui tenuti con Netanyahu e dopo aver consigliato a quest’ultimo di ritirarsi a vita privata invece di candidarsi alle prossime elezioni di ottobre, ieri ha affermato che gli Usa sono pronti a colpire le centrali elettriche iraniane e i ponti del Paese a causa del probabile fallimento dei negoziati. Fare una previsione sull’evoluzione della situazione con un presidente come Trump è letteralmente impossibile. In questa complicatissima vicenda comincia ad emergere la figura del leader turco Erdoğan, il quale ha dichiarato che gli attacchi israeliani contro Siria e Libano sono arrivati a un punto tale da minacciare la Turchia, l’intera regione del Mediterraneo e il mondo intero. Per Ankara, Israele è ormai un nemico dichiarato. Non si dimentichi che la Turchia è membro della Nato, ha interrotto tutti gli scambi commerciali con Israele e ha dichiarato che la sicurezza di Ankara è legata alla sorte del Libano e della Siria.
La Turchia attribuisce a Israele la responsabilità della guerra tra Usa e Iran, e sostiene che lo Stato sionista si senta incoraggiato dal silenzio della comunità internazionale. Queste accuse, pronunciate da un leader che appoggia Hamas, che perseguita da anni le organizzazioni curde e che reprime duramente il dissenso interno, suonano quantomeno singolari. Erdoğan è probabilmente l’ultima persona che può impartire lezioni di moralità a Israele. La simpatia esistente tra Trump ed Erdoğan rappresenta però un elemento che frena le ambizioni regionali turche. Al di là delle dichiarazioni provocatorie contro Israele, il rapporto personale tra i due presidenti contribuisce infatti ad allentare la tensione. L’equilibrio mantenuto da Ankara nei rapporti sia con l’Autorità Palestinese sia con Hamas le ha consentito di diventare uno degli interlocutori più affidabili della causa palestinese, ma l’appartenenza alla Nato la costringe inevitabilmente a limitare una totale adesione alle posizioni più radicali. Unita all’amicizia instauratasi tra Trump ed Erdoğan, questa realtà obbliga la Turchia a bilanciare i rapporti con l’Occidente e a non assumere, nei fatti, posizioni eccessivamente oltranziste. Il rapporto con Trump aiuta inoltre Ankara a cercare di sciogliere il nodo della resistenza armata curda, come dimostrerebbe la richiesta, accettata da Washington, di non utilizzare le milizie curde lungo il confine durante la guerra contro l’Iran. L’ipotesi più probabile è che, per ora, contrariamente alle minacce e alla retorica, la Turchia rimarrà militarmente neutrale, limitandosi a operare sul piano diplomatico.
Intanto, a Gaza, Israele ha eliminato Khader Jamasi e il suo vice Muhammad Harazin, responsabili della rete di trasferimento dei fondi di Hamas nella Striscia. I due gestivano il passaggio di decine di milioni di dollari destinati a pagare gli stipendi dei membri dell’organizzazione e a finanziare le attività terroristiche. Per eliminare i due terroristi sono state adottate misure per ridurre il rischio di coinvolgimento dei civili. Anche se probabilmente non ci crederà nessuno e si tornerà, come sempre, ad accusare Israele di genocidio.
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