Esteri
L’Ucraina attacca ancora l’Amazon russa. Gelo tra Rubio e Lavrov
Nella notte tra giovedì e venerdì, l’Ucraina ha lanciato uno dei suoi attacchi più profondi: Mosca dichiara di aver abbattuto 571 droni, molti sui cieli di San Pietroburgo e della Crimea. Ma il dato interessante non è il numero: è il bersaglio. A bruciare sono i centri logistici di Wildberries, il colosso dell’e-commerce che i russi chiamano “l’Amazon di casa”: colpiti gli impianti di Novosaratovka e Shushary, alle porte di San Pietroburgo, più Tver e Simferopoli. È il terzo attacco alla stessa azienda in cinque giorni, dopo il maxi-raid di oltre 400 droni sulla regione di Mosca, che ha incendiato il grande hub di Koledino, e i colpi su Nevinnomyssk e Krasnodar. È una precisa strategia. Kiev ha smesso di limitarsi a raffinerie e fabbriche d’armi, e porta la guerra dentro la quotidianità russa, nei magazzini da cui partono i pacchi per milioni di consumatori. Il messaggio a una società tenuta finora al riparo dal conflitto è semplice: la normalità non è più garantita.
Mentre colpisce lontano, l’Ucraina cambia pelle in casa. Il 21 luglio Volodymyr Zelensky ha rimosso il comandante in capo Oleksandr Syrsky, sostituendolo col 43enne Mykhailo Drapatyi. Non per una sconfitta al fronte: per la piazza. Il licenziamento del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, il trentacinquenne artefice della “rivoluzione dei droni”, aveva portato migliaia di persone sotto i palazzi governativi; e quando Fedorov ha accusato Syrsky di aver posto un ultimatum per la sua testa e di aver ostacolato le riforme, la protesta si è ulteriormente infiammata contro il Generale, simbolo di una guerra vecchio stile, di trincea e artiglieria, avara di riguardo per le vite dei soldati. Zelensky ha ceduto. Vale la pena soppesare l’anomalia: un Paese in guerra da quattro anni e mezzo, sotto legge marziale, dove i cittadini scendono in strada per imporre non la pace, ma un modo diverso, più tecnologico, più parsimonioso di uomini, più efficace di combattere, e ottengono la rimozione del comandante in capo. Una “democrazia bellica dal basso” che non ha quasi precedenti: le società in guerra di solito si stringono attorno ai comandi, non li processano in piazza. E la piazza, per ora, ha vinto due volte: via Syrsky, e Fedorov corteggiato per rientrare al governo.
La diplomazia, intanto, arranca. L’incontro di giovedì a Manila tra Marco Rubio e Sergej Lavrov, a margine dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico), è durato 35 minuti ed è finito senza dichiarazioni: il comunicato russo ha ribadito “l’inammissibilità” di nuove armi a Kiev e il ritorno alle intese di Anchorage, cioè le condizioni di sempre. Rubio è rimasto in silenzio persino alla domanda se la Russia stia aiutando l’Iran a individuare i bersagli da colpire. I negoziati sono fermi da febbraio, da quando Washington ha rivolto la sua attenzione a Teheran, e sempre giovedì l’Unione europea ha varato il ventunesimo pacchetto di sanzioni. Il quadro si ricompone così: sul terreno un’Ucraina che innova, colpisce in profondità e si riforma sotto la spinta dei propri cittadini; al tavolo, un dialogo russo-americano congelato sulle pretese di Mosca. Il 28 luglio Zelensky vedrà Trump a Washington. Ci arriva con un esercito appena decapitato e rifondato dalla sua stessa opinione pubblica: una debolezza forse solo apparente che è, forse, la migliore prova di vitalità che una democrazia in guerra possa esibire.
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