ANKARA

Il vertice di Ankara si è concluso con Erdoğan che si aspetta che Trump mantenga la sua promessa, e Trump che si aspetta che l’Europa mantenga la sua. Potremmo riassumere la due giorni della Nato nella capitale turca. La dichiarazione di Ankara ribadisce l’unità, la difesa collettiva e il sostegno all’Ucraina. Sottolinea la deterrenza, la produzione nel settore della difesa, i 70 miliardi di euro di finanziamento per l’Ucraina e le minacce provenienti da Russia e Iran. Gli incontri bilaterali cruciali sono stati quelli tra il presidente Trump e il suo omologo ucraino Zelensky che esorta l’Europa ad accelerare la produzione di sistemi di difesa aerea al vertice NATO di Ankara.

La presidente del Consiglio italiana Meloni ha avuto un faccia a faccia con Erdoğan e nella conferenza stampa ha detto di avere interessi comuni con Trump, citando gli interessi occidentali. “Non mi pento di nulla di ciò che ho fatto”, ha dichiarato il capo del governo italiano in merito alle tensioni con il presidente degli Stati Uniti. “Non rimpiango nulla di ciò che ho fatto”, ha dichiarato Meloni in una conferenza stampa al termine del vertice Nato di Ankara, rispondendo alle domande sul fatto se si pentisse o meno dell’investimento politico fatto nella sua relazione con Trump. “Ho fatto questo investimento politico per la mia convinzione nell’unità dell’Occidente”, ha aggiunto. Meloni ha affermato che il suo approccio non è una strategia adottata specificamente dopo il ritorno di Trump sulla scena politica, bensì un metodo più ampio che applica nelle sue relazioni con i partner internazionali. La presidente Meloni ha osservato di condividere posizioni comuni con Trump su diverse questioni, tra cui l’immigrazione e l’opposizione alla “cultura woke”. Ha aggiunto infine che la sua politica è guidata dagli interessi nazionali dell’Italia e dell’Europa, in particolare dalla necessità di rafforzare la cooperazione tra i paesi occidentali.

Dal punto di vista della Turchia, ad Ankara si sono tenuti due vertici. Uno è quello della Nato, che segnerà l’inizio di una nuova era per l’Alleanza Atlantica, l’”era 3.0”. L’altro è l’incontro bilaterale tra il presidente Tayyip Erdoğan e il presidente degli Stati Uniti Trump. Solo dieci giorni prima, Trump aveva detto apertamente al segretario generale della Nato, Mark Rutte, che non avrebbe partecipato al vertice se Erdoğan non lo avesse invitato. Erdoğan non fa mistero delle sue aspettative. Afferma che la sua più importante decisione del vertice NATO è che l’Unione europea si impegni a non escludere la Turchia (e l’industria della difesa turca) dall’architettura di difesa e sicurezza europea e che l’integrazione economica acceleri con l’ampliamento degli accordi di unione doganale e la liberalizzazione dei visti di ingresso dei cittadini turchi nell’area Shengen. Lo ha sottolineato ieri nel suo discorso di apertura, rivolgendosi direttamente all’Ue. Ha ricordato a tutti che Trump aveva precedentemente promesso di consegnare i cinque aerei F-35 che la Turchia aveva già pagato. Ha detto di essere “sicuro che avrebbe mantenuto la parola”. Trump ha risposto con qualcosa del tipo “perché no”, una risposta aperta a diverse interpretazioni.

La seconda e conclusiva giornata del vertice è dunque scivolata via tra promesse, impegni e firme di accordi partenariato per la difesa e la sicurezza. Ma al centro della giornata vi è stato l’incontro di Trump con il presidente ucraino Volodimir Zelensky e il presidente siriano Sharaa. Trump ha fatto intendere che rimuoverà la Siria dalla lista degli stati sponsor del terrorismo. «Penso di sì. Perché non dovrei? Ha fatto un ottimo lavoro», ha detto Trump al vertice Nato di Ankara, al fianco del presidente siriano Ahmed al-Sharaa. Sharaa, ex leader ribelle un tempo designato come terrorista dal governo statunitense, ha guidato una coalizione di gruppi armati che ha rovesciato il presidente Bashar al-Assad nel dicembre 2024. Trump ha accolto con favore il suo nuovo governo e si è impegnato a revocare tutte le sanzioni statunitensi contro il Paese durante il loro primo incontro nel maggio 2025.

Nel corso dell’ultimo anno, l’amministrazione Trump ha revocato diverse sanzioni tramite decreti esecutivi, allentato i controlli sulle esportazioni, revocato la designazione di organizzazione terroristica per l’ex gruppo militante di Sharaa e collaborato con il Congresso per abrogare il Caesar Act. Ma la Siria rimane nella lista nera del terrorismo, insieme a Cuba, Iran e Corea del Nord. La designazione di “Stato sponsor del terrorismo”, imposta alla Siria nel 1979, comporta restrizioni sugli aiuti esteri statunitensi, sulle vendite di armi e sull’esportazione di alcuni beni a duplice uso. Dopo quasi 14 anni di guerra civile, la Banca Mondiale ha stimato, in modo prudente, che la ricostruzione della Siria costerà 216 miliardi di dollari. Gli esperti affermano che la designazione di Siria come stato sponsor del terrorismo ha un effetto dissuasivo sulle grandi aziende tecnologiche e sugli istituti finanziari, già scettici sulle prospettive commerciali a lungo termine del Paese.