Luciano Violante è stato magistrato prima di essere eletto in Parlamento tra le fila del Pci. Presidente della Commissione Antimafia, ha guidato la Camera dei deputati dal 1996 al 2001. Da sempre considerato uno dei principali interpreti della cultura costituzionale italiana, ha fatto del dialogo tra avversari politici uno dei cardini della sua visione istituzionale.

Giorgia Meloni dice: “Non siamo figli di un Dio minore”. Ha ragione?
«Lo diceva anche Massimo D’Alema molti anni fa, per il Pci-Pds. Io credo che in politica non esistano figli di un Dio minore. L’unico Dio è il popolo che vota. Poi, sulla base del consenso ricevuto, ci si misura con gli obiettivi e con la capacità di governare».

Le esclusioni ideologiche appartengono ormai al passato?
«Sì, per chi si riconosce nei valori costituzionali. Le racconto un episodio. Quando presentai domanda per il concorso in magistratura, il maresciallo del mio paese dovette compilare il foglio notizie indicando il mio orientamento politico. Se avesse scritto comunista, non sarei stato ammesso. Allora trovò una soluzione intelligente: scrisse “partito d’ordine”. Così potei partecipare al concorso. Questo dà la misura della discriminazione che c’era allora».

La convenzione ad excludendum è definitivamente archiviata?
«Sì. Per anni ci sono state discriminazioni pesanti contro i comunisti. Poi ci fu quella che riguardava l’MSI. Ma il Pci si oppose sempre alla messa fuori legge. Oggi Fratelli d’Italia è un partito diverso, ha ricevuto il consenso degli elettori e governa sulla base di un programma che si colloca dentro i valori fondamentali del Paese. Piuttosto, il problema riguarda Vannacci».

Le forze antisistema, una volta al governo, diventano inevitabilmente di sistema?
«L’esperienza dice questo. Cossiga parlava della “Grazia di Stato”, quel sentimento che nobilita chi viene chiamato a rappresentarle. Berlusconi ebbe il merito di portare la Lega dentro il sistema istituzionale. L’MSI ha consentito a una parte degli italiani di riconoscersi nel sistema democratico. Anche i Cinque Stelle, governando, hanno dovuto confrontarsi con la realtà e questo ha cambiato profondamente il loro consenso».

La destra può essere tentata dall’alleanza con Vannacci, per arrivare ai numeri per il Colle?
«Ho l’impressione che un’alleanza stabile tra Fratelli d’Italia e Vannacci farebbe perdere voti a entrambi: il centrodestra perderebbe parte dell’elettorato moderato e Vannacci quello più radicale. Inoltre vedo una differenza significativa tra le due realtà. Non colmabile».

Eleggere il Presidente della Repubblica richiede un salto culturale?
«Dipende dal candidato. Il Presidente della Repubblica ha bisogno di un consenso che attraversi gli schieramenti. Queste elezioni si vincono fuori casa e si perdono dentro casa. È sempre necessario cercare voti anche dall’altra parte».

Per questo spesso il Quirinale premia figure di mediazione?
«Non necessariamente. Napolitano, per esempio, non era un centrista. Piuttosto, negli ultimi decenni il centrosinistra è stato decisivo nell’elezione di Scalfaro, Ciampi, Napolitano e Mattarella. Molto dipenderà anche dalla futura legge elettorale e dagli equilibri parlamentari che ne seguiranno».

Nel suo discorso d’insediamento alla Presidenza della Camera invitò a superare le contrapposizioni ideologiche. Lo rifarebbe?
«Senza esitazione. Sono stato educato dal Pci a parlare con gli avversari. Parlare con chi la pensa come te non serve: è confrontandosi con l’altro che si cresce. Per questo ho sempre ritenuto sbagliata la demonizzazione. Anche durante la campagna elettorale del 2022 criticai chi parlava di fascismo alle porte. Bisogna discutere dei fatti, non agitare le ideologie».

Oggi chi siede in Parlamento può aspirare anche al Quirinale?
«Tutti quelli che siedono in Parlamento hanno piena dignità democratica. Naturalmente faccio eccezione per Vannacci e la sua formazione politica, che si è messa fuori dal perimetro costituzionale. Mi preoccupano la violenza del linguaggio, il rapporto con la Russia, la teoria della remigrazione e certe posizioni sui femminicidi, reato sulla cui natura l’onorevole Vannacci evidentemente non è bene informato».

Che identikit deve avere il prossimo Presidente della Repubblica?
«Non credo alla formula del “super partes”. Ciascuno in cuor suo ha una parte. Credo invece nell’imparzialità. Ognuno ha una storia e delle convinzioni, ma non deve usarle nell’esercizio delle proprie funzioni. L’imparzialità non dipende dalla tessera di partito».

E il suo Presidente ideale?
«Direi un incrocio tra Ciampi, Napolitano e Mattarella. Prenderei un po’ del DNA di ciascuno e lo mescolerei insieme».

Uomo o donna?
«Non fa alcuna differenza: conta la qualità della persona, non il suo genere».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.