Alla ricerca di un’identità programmatica definita
Il Centro (Azione e Libdem) alla ricerca di un’identità programmatica definita ma la chiave è l’alleanza post elettorale
Tra l’incudine e il martello, tra la destra e la sinistra, c’è la saga più avvincente che la politica nostrana conosca, quella del centro. Più chimerico che famigerato, più mitico che leggendario, il centro è la meta prediletta dai delusi del bipolarismo, viandanti alla ricerca di una nuova realtà politica che sorga come fonte di luce in quelle che essi definiscono le nebbie del presente dominate da due diverse forme di populismo. Talvolta costellato da imprevisti degni di una telenovela sudamericana, talvolta inaspettatamente compatto, è una galassia politica tutta italiana in costante mutazione.
Il centro, del resto, è la dimostrazione politica della legge di Lavoisier: “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, e in soldoni è quello che accade dalla fine della prima repubblica, con la sola breve eccezione del decennio 1996 – 2006, gli anni d’oro del bipolarismo. La mutevolezza del centro, la sua ostinata voglia di esistere lo hanno reso spesso complesso da decifrare per gli stessi elettori. Perché il centro dell’Udc di Casini e Buttiglione dopo la rottura con Berlusconi e la Casa delle Libertà ha rappresentato una forma di nostalgismo democristiano rivolto agli elettori di quella destra democristiana e a quei moderati che rifuggivano le radicalizzazioni dei poli, ma partivano da un presupposto, un passato recente e una tradizione politica nota a tutti. Tra il centro-destra governativo e una sinistra a trazione populista, oggi, non sono poche le forze politiche che aspirano a rappresentare un centro moderato, liberale e riformista, ma solo due sembrano volerlo fare in alternativa ai poli e allo stesso modello del bipolarismo che giudicano fallimentare.
Chi sono? Potremmo dire Azione di Carlo Calenda e il Partito Liberaldemocratico guidato dall’On. Luigi Marattin. In verità, c’è chi include nel grande centro anche +Europa e Italia Viva, oramai ancorate nell’alleanza progressista. Come lo stesso Marattin ha voluto sottolineare, “quelle due forze politiche ripetono tutti i giorni di essere le più convinte sostenitrici del Campo Largo”. Del resto, le mosse del Kraken-Renzi e di Riccardo Magi non lasciano intravedere ad oggi spazio alcuno per un possibile revival del grande centro, ispirato ad un terzismo di matrice liberale ed europeista. Renzi-Kraken sguazza nelle acque del campo largo da tempo in attesa di imbrigliare nei suoi tentacoli gli ingenui astanti che al contrario dell’ex premier non mastico la politica d’antan, mentre gli eredi di Emma Bonino hanno altro a cui pensare: pochi giorni fa hanno celebrato la giornata internazionale della cannabis, distribuendone sacchettini in parlamento. Siamo seri.
Un po’ di sano liberalismo farebbe indubbiamente bene all’Italia, e va dato atto che Azione e Libdem – a differenza dell’armada branca-Schlein a sinistra – si stiano impegnando per portare al tavolo progetti concreti. Si cerca un’identità programmatica definita, ed è questa la base di partenza del centro. Contenuti a gogo, perché le chiacchiere stanno a zero. Senza un programma elettorale, non ci si presenta seriamente dinanzi gli elettori e tantomeno non si può ragionare su possibili alleanze. I centristi disprezzano tutti i leader politici che non hanno le idee chiare sul da farsi. Un grande nemico? Il campo largo, il cui unico obiettivo è massimizzare i seggi parlamentari, un fine che indegna i centristi, che sono per natura degli idealisti e rigettano l’assenza di coerenza programmatica. Come dar loro torto, dalla politica energetica a quella fiscale, dalla politica estera passando per i temi etici, a sinistra c’è tutto eccetto che una visione comune, ed in alcuni casi – non rari – a dominare è proprio una evidente cecità politica.
Il leader di Azione Carlo Calenda ha scelto come cultura di riferimento quella dell’azionismo rosselliano e gobettiano – culture sempre marginali numericamente nella storia politica italiana, ma imponenti per il loro lascito – e ciò lo pone già nella premessa in posizione opposta al massimalismo del “campo largo”. Ma la vera prova di maturità del centro sarà quella di capire che alla fine anche in ottica post-elettorale dovrà scegliere chi appoggiare, perché il centro vive se governa e decide, altrimenti perisce nel suo arrovellarsi intorno ai principi.
© Riproduzione riservata







