Politica
Il ‘Gattopardum’, legge elettorale né maggioritaria né troppo proporzionale
Paese che vai, legge elettorale che trovi. Doveva essere la riforma capace di garantire governabilità, l’occasione per dare agli elettori la possibilità di scegliere una maggioranza chiara e un governo stabile. E invece, come troppo spesso accade nella politica italiana, il risultato finale rischia di essere l’ennesimo compromesso. La proposta di legge elettorale presentata inizialmente conteneva un elemento centrale: il ballottaggio. Se nessuna coalizione avesse raggiunto la soglia prevista, gli elettori sarebbero tornati alle urne per scegliere tra le due forze più votate. Un meccanismo discutibile per alcuni aspetti, ma alla fine della competizione ci sarebbe stato un vincitore chiaramente individuato dagli elettori.
Nel corso dell’iter parlamentare, però, quel meccanismo è stato eliminato. Resta il premio di maggioranza, che scatterebbe qualora una lista o una coalizione raggiungesse il 42 per cento dei voti (inverosimile?). Il premio non sarebbe illimitato: la coalizione vincente non potrebbe superare i 220 seggi alla Camera e i 114 al Senato. Rimane, inoltre, l’obbligo per liste e coalizioni di indicare prima del voto il candidato alla Presidenza del Consiglio. Il risultato è un sistema che cerca di essere contemporaneamente proporzionale e maggioritario senza scegliere fino in fondo nessuna delle due strade. Da una parte si mantiene una forte componente proporzionale; dall’altra si introduce un premio che punta a favorire la formazione di una maggioranza. È il classico compromesso all’italiana: abbastanza maggioritario da non essere un proporzionale puro, ma troppo proporzionale per garantire una vera investitura popolare di chi governa. Ed è qui che emerge una evidente antinomia. Da oltre trent’anni la politica italiana discute di riforme elettorali senza riuscire a sciogliere il nodo fondamentale: decidere se il compito delle elezioni sia scegliere chi governa oppure limitarsi a fotografare i rapporti di forza tra i partiti. Ogni tentativo di riforma sembra fermarsi a metà strada, paralizzato dalla paura di scontentare qualcuno. La sensazione è che continui a sopravvivere una mentalità tipica della Prima Repubblica, quella stagione politica nella quale nessuno vinceva davvero e tutti dovevano essere rappresentati. Una cultura politica fondata sugli equilibri, sulle mediazioni infinite e sulla convinzione che la stabilità dipenda dalla capacità di distribuire potere tra tutti gli attori in campo.
Naturalmente il compromesso è una componente essenziale di qualsiasi democrazia parlamentare, ma una cosa è il compromesso come strumento per governare, un’altra è averlo come obiettivo. In Italia troppo spesso si costruiscono regole per garantire che nessuno resti davvero escluso dal gioco, invece di consentire agli elettori di scegliere. Si torna alla logica delle soglie, delle percentuali e delle trattative successive.
A questo si aggiunge un’altra criticità che continua a sopravvivere a qualsiasi riforma: l’assenza delle preferenze. Ancora una volta gli elettori potranno scegliere il simbolo ma non i candidati. Saranno le segreterie dei partiti a decidere chi entrerà in Parlamento e in quale posizione. È un meccanismo che rafforza il potere degli apparati e indebolisce il rapporto diretto tra cittadini ed eletti. L’Italia continua così a oscillare tra due modelli senza aderire realmente a nessuno dei due. Non sceglie un sistema proporzionale puro, ma non sceglie nemmeno un sistema maggioritario che attribuisca con chiarezza agli elettori il potere di decidere chi governa. Rimane sospesa in una terra di mezzo che produce governi nati da accordi politici più che da un mandato elettorale netto. La vera eredità della Prima Repubblica non è nei partiti che l’hanno animata, ma nell’idea che nessuno debba vincere davvero e che tutti debbano essere, in qualche modo, accontentati. Anche questa riforma, nonostante le ambizioni iniziali, sembra destinata a confermare questa logica invece di superarla. Insomma, il Gattopardismo regna sovrano.
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