Pubblichiamo  un manifesto su Israele dei riformisti del PD, non perché abbia un qualche valore politico, ma perché testimonianza estrema, direi grottesca, di un genere letterario che il Partito Democratico coltiva con dedizione ammirevole: il manifesto che parla d’altro. Il testo è un piccolo capolavoro del genere: confuso, benaltrista, opportunista, costellato di ricostruzioni a dir poco false della vicenda mediorientale. È un documento che ha un solo scopo evidente: mettersi il culo al coperto. Con eleganza, s’intende, e con l’immancabile appello alla “comunità internazionale”.

L’operazione retorica è nota: si costruisce un Israele buono — quello dell’opposizione, delle “organizzazioni democratiche e pacifiste” — da contrapporre all’Israele cattivo di Netanyahu. Così si può stare contemporaneamente con Israele e contro Israele, a seconda dell’interlocutore e dell’ora del giorno. Peccato che questo Israele buono, docile, disposto a farsi commissariare da Bruxelles, esista solo nei sogni di chi lo evoca. Chi conosce il Paese — e i firmatari mostrano di non conoscerlo — sa che la società israeliana, pur lacerata, è unita su un punto che il manifesto accuratamente rimuove: la guerra contro Hamas era ed è una guerra di sopravvivenza. La stessa opposizione che il Pd dice di voler sostenere l’ha sostenuta, quella guerra. Gantz sedeva nel gabinetto di guerra. Lapid non ha mai chiesto di fermarsi prima del disarmo di Hamas. Bennett, che oggi i sondaggi accreditano come possibile successore, su molti dossier è più falco di Bibi. Se questi signori vincessero il 27 ottobre, i riformisti del Pd si troverebbero a fare i conti con un governo che, visto da Roma, giudicherebbero “di destra razzista” nel giro di un semestre. Non vorrei che il giorno dopo l’eventuale sconfitta di Netanyahu si ritrovassero a rimpiangerlo.

E poi c’è la perla: mentre si dichiara “vicinanza e sostegno” ai partiti dell’opposizione israeliana, si chiede all’Unione europea di sospendere gli accordi di collaborazione con Israele. Cioè: sosteniamo l’opposizione israeliana facendo esattamente ciò che l’opposizione israeliana respinge con forza, sapendo che le sanzioni non colpirebbero Netanyahu ma il Paese intero, e regalerebbero al Likud l’argomento elettorale perfetto — il mondo ci odia, stringiamoci al governo. Non è una politica: è un autogol travestito da principio.

Il punto vero è un altro, ed è culturale. Il Pd — e i suoi riformisti più di tutti, che dovrebbero saperlo — non ha mai dismesso l’abito di parlare d’altro. Di fronte a una scelta di campo, produce un documento. Di fronte a un documento, produce un distinguo. È un riflesso condizionato che viene da lontano e che nessuna svolta congressuale ha mai scalfito. Allora diciamolo con la brutalità che il tema merita. Siete contro Israele? Ditelo chiaramente: siete in ottima e numerosa compagnia, non c’è bisogno di rifugiarvi dietro discorsi contorti e appelli alle elezioni altrui. Siete con Israele che lotta per la propria sopravvivenza, con le sue durezze, le sue contraddizioni, i suoi errori? Ditelo, se ne avete la forza culturale e politica, e traetene le conseguenze. Se non avete né l’una né l’altra risposta, resta una terza opzione, la più dignitosa: tacere.